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a cura di Lorenzo Giordano Sin dalla sua nascita, consacrata il 14 maggio del 1948, fu chiaro che ad uno stato che contava, in base al primo censimento, poco meno di un milione di abitanti e si estendeva per circa 22.000 km2, occorresse di più di un esercito regolare ben equipaggiato per far fronte ad un vicinato mediorientale turbolento, su cui incombeva l’irrisolta questione palestinese. La contingente necessità di porre al centro delle strategie di Israele la dimensione securitaria richiedeva il supporto di un’agenzia d’intelligence che fosse in grado di individuare e neutralizzare le minacce provenienti dal mondo arabo-musulmano. Fondato nel dicembre 1949, il Mossad, o “Istituto per l'intelligence e servizi speciali”, è la struttura civile d’intelligence direttamente coinvolta nelle operazioni all’estero di prevenzione e repressione di quelle attività che possano intaccare la sicurezza dello Stato e della società israeliana. La sua capacità di infiltrarsi nel cuore dei territori nemici e la perizia, unita alla brutalità, con cui ha portato a termine missioni critiche hanno reso il Mossad una componente rilevante nel quadro delle tattiche di politica estera di Israele e hanno fornito a Tel Aviv una sorta di legittimazione nell’ambito della “diplomazia della coercizione”. Oggi, il raggio d’azione ricoperto dal Mossad è figlio della postura assunta da Israele nel quadrante regionale e si snoda lungo la direttrice della lotta all’estremismo islamista, rappresentato da Hamas – organizzazione radicale palestinese che governa de facto la Striscia di Gaza – e dall’ala paramilitare di Hezbollah – organizzazione sciita libanese. L’altro filone gravita attorno all’escalation delle tensioni con l’Iran, soprattutto all’indomani dell’accordo definitivo sul nucleare iraniano, raggiunto a Vienna nel luglio 2015, che riconoscerebbe a Teheran il suo diritto di arricchimento dell’uranio entro i limiti stabiliti dall’intesa (3,67% per i successivi 15 anni). Inoltre, l’Iran sciita di Khamenei e Rouhani supporterebbe, nel contesto dell’“asse della resistenza” in chiave anti-israeliana, le forze di Hezbollah, non soltanto nell’area libanese meridionale confinante con il nord di Israele, ma anche in Siria, in cui Hezbollah è attivo sin dallo scoppio della guerra civile, a sostegno del regime di Bashar al Assad. Rientrano in quest’ottica gli omicidi mirati – o targeted killings –, fra il 27 e il 30 novembre scorso, dello scienziato Mohsen Fakhrizadeh e del generale Muslim Shahdan, che hanno esacerbato ulteriormente le relazioni fra Teheran e Tel Aviv. Fakhrizadeh, padre del programma nucleare iraniano, sarebbe stato ucciso alla periferia di Teheran da una mitragliatrice montata su un furgone e controllata da remoto a circa 150 metri di distanza; mentre Shahdan, comandante del Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica – o pasdaran, “guardiani”, dal persiano –, sarebbe stato colpito da un drone mentre attraversava il confine tra Iraq e Siria nei pressi della cittadina di Qaim. In particolare, quest’ultimo deteneva il controllo sugli approvvigionamenti di missili e armamenti leggeri dai depositi in Iraq alle basi operative dei pasdaran e di Hezbollah sulle alture del Golan – zona parzialmente occupata da Israele sin dalla Guerra dei Sei Giorni (1967) ma rivendicata dalla Siria – e nelle basi a sud di Damasco. In entrambe le circostanze, secondo Teheran, il mandante sarebbe Israele. L’esecutore, invece, i servizi segreti del Mossad. In questo caso, le considerazioni etiche e giuridiche che vedrebbero i targeted killings come esecuzioni extragiudiziali portate avanti, per di più, al di fuori di un conflitto armato internazionale rivestono un ruolo marginale se rapportati ai vantaggi strategici e tattici per Israele. Le operazioni condotte dal Mossad, con l’ausilio fondamentale dell’intelligenza artificiale, oltre al violento impatto simbolico legato all’eliminazione dei vertici dei corpi militari e dei leader dell’area scientifica, sono funzionali proprio all’oggettivo indebolimento delle strutture di comando iraniane, scosse, in considerazione degli attacchi, da un profondo vuoto di potere e costrette ad impiantare reti di sicurezza che impongono costi economici elevati. Inoltre il ricorso agli omicidi mirati delinea una prassi in grado di minimizzare il coinvolgimento del governo e le proprie perdite militari. Tale prassi, distante rispetto all’uso convenzionale della forza, consente a Israele di ingaggiare dispute regionali a bassa intensità e non essere trascinato in un conflitto armato tradizionale, forte della remota probabilità che l’Iran si muova nella direzione di una guerra su larga scala contro Tel Aviv, su cui si distende l’ombra di Washington che, nonostante abbia in parte delegato allo Stato ebraico i propri interessi strategici nel teatro mediorientale, mantiene viva una prolifica cooperazione militare e nel campo dell’intelligence, come dimostrato in occasione dell’eliminazione del capo dei pasdaran Qassem Soleimani (3 gennaio scorso), portata a compimento mediante un drone MQ-9 “Reaper” dagli Stati Uniti, a cui il Mossad avrebbe fornito informazioni circa gli spostamenti del generale iraniano. Tali operazioni, imperniate sulla personalizzazione del nemico – assieme alle esplosioni dello scorso luglio nel sito nucleare di Natanz, unico impianto destinato ad attività di arricchimento dell’uranio – sarebbero in linea con il disegno di Israele non tanto di scatenare un conflitto nel breve periodo con Teheran, quanto piuttosto di portarlo al tavolo dei negoziati e ridiscutere le sue capacità nucleari: un’opzione di cui l’Iran, difficilmente, sarà disposto a privarsi. Un Iran tormentato da un senso di “solitudine strategica” che, nell’ultimo decennio, lo ha accompagnato in Medio Oriente, alla luce dell’instabilità dei suoi alleati (Siria e Iraq), della convergenza Iran-Arabia Saudita e della presenza americana in Afghanistan. Sul fronte della lotta al terrorismo, Israele mira ad evitare scenari futuri simili a quelli di inizio millennio, contrassegnati dalla seconda Intifada (2000) – la rivolta delle popolazioni arabe dei territori palestinesi occupati da Israele – e dalla disastrosa guerra contro Hezbollah (2006), a seguito della cattura di due soldati israeliani. Nonostante l’escalation militare con Hamas si sia relativamente attenuata, difficilmente il Mossad, che storicamente si è sempre elevato a protettore delle popolazioni ebraiche, allenterà la sua morsa sulla striscia di Gaza, rimarcando la sovranità israeliana. Allo stesso tempo, gli omicidi mirati dei vertici di Hezbollah seminano disorganizzazione e mancanza di coordinamento all’interno di un’organizzazione che fa della gerarchia uno dei punti di forza. In questo modo, l’impiego dei servizi segreti del Mossad permette di pareggiare la natura asimmetrica degli scontri tra Israele e i movimenti terroristici, i quali non ottengono una risposta indiscriminata – che porterebbe ad una radicalizzazione del conflitto – da parte dello Stato ebraico, bensì attacchi selettivi, catalizzatori di legittimazione per una diplomazia coercitiva che conferisce una “licenza di uccidere” in piena regola.
a cura di Riccardo Allegri Nel corso delle scorse settimane, sono ripresi i negoziati tra i Talebani ed i rappresentanti delle forze armate statunitensi in Afghanistan. Tali trattative vanno ad inserirsi nel lento processo di pace che, nelle intenzioni dei protagonisti, dovrà porre fine ad un conflitto che perdura ormai da quasi 20 anni. Il Generale Mark Milley si è incontrato con una delegazione talebana a Doha, in Qatar, ove questi ultimi hanno un ufficio di rappresentanza. L’obiettivo del Capo dello Stato Maggiore Congiunto statunitense era quello di persuadere la controparte a porre fine agli attacchi indiscriminati in modo tale da consentire una ripresa del parallelo negoziato in corso tra i Talebani ed il governo di Kabul. Tale negoziato non sta procedendo con la rapidità sperata a causa di disaccordi su questioni procedurali. Le parti hanno però confermato l’intenzione di riprendere i colloqui nel mese di gennaio, dopo aver raggiunto un compromesso. Milley, dal canto suo, è stato costretto ad intervenire a causa di una recrudescenza delle ostilità tra i belligeranti e, subito dopo essersi incontrato con i rappresentanti dei Talebani, ha avuto un colloquio con gli emissari del governo afgano. L’ondata di violenza che ha investito il paese, già vessato da quarant’anni di conflitti, ha portato morte e distruzione in numerose province. Oltre ad infrastrutture rilevanti come ponti o vie di comunicazione, i Talebani hanno preso di mira anche alcune figure di spicco all’interno delle amministrazioni locali. Ciò riflette un cambio di strategia da parte degli insorti, i quali hanno momentaneamente cessato di prendere di mira centri abitati e basi militari, concentrandosi sugli esponenti del governo e sulle forze di sicurezza afgane. Suddetto cambiamento parrebbe essere il frutto di un accordo tra le forze armate americane ed i Talebani volto a produrre una significativa riduzione della violenza. Non è un caso che, nonostante gli insorti abbiano fatto registrare il più alto numero di attacchi dall’inizio del conflitto, nel 2020 il numero di vittime civili sia stato insolitamente basso. Anche tra i soldati americani non si sono registrate perdite elevate. Ma come si è giunti a questi risultati, seppur controversi? A tal proposito, sembra che il 2020 sia stato un anno piuttosto proficuo. A febbraio è stata resa nota la firma di un accordo tra Baradar, il leader dei Talebani, e Zalmay Khalizad, in rappresentanza del governo degli Stati Uniti. Durante la cerimonia per il raggiungimento dell’accordo era presente anche il Segretario di Stato Mike Pompeo, il quale ha avuto modo di incontrare gli insorti. Si tratta del primo colloquio tra una delegazione di Talebani ed un membro del gabinetto americano. L’accordo di febbraio prevedeva il graduale ritiro del contingente statunitense entro 14 mesi. In cambio gli insorti avevano accettato di tagliare qualunque contatto con Al-Qaeda ed altre organizzazioni terroristiche attive nella regione. Inoltre, in base ai termini concordati, i Talebani avrebbero dovuto sedersi al tavolo delle trattative con gli altri gruppi della frammentata società afgana, compreso il governo di Kabul, mai riconosciuto come legittimo dai ribelli. Washington avrebbe comunque mantenuto un contingente armato numericamente limitato con lo scopo di combattere ciò che rimaneva dell’ISIS e di Al-Qaeda. Inoltre, l’accordo prevedeva uno scambio di prigionieri. Il governo di Kabul avrebbe liberato 5.000 combattenti Talebani mentre questi ultimi avrebbero rilasciato 1.000 soldati afgani catturati nel corso delle azioni di guerriglia. Rimaneva da chiarire se il governo afgano avrebbe accettato tale scambio, considerando che Kabul non aveva preso parte ai negoziati. In effetti la questione si era rivelata piuttosto spinosa, ma alla fine le autorità afgane avevano acconsentito alla graduale liberazione dei prigionieri. Gli insorti avevano celebrato la firma dell’accordo descrivendolo sui social network come una vittoria. In alcuni casi si erano spinti al punto di affermare di non sentirsi vincolati dalle condizioni del trattato sottolineando come esso servisse soltanto per consentire il ritiro del contingente americano prima della ripresa delle ostilità nei confronti del governo afgano. Dal canto loro, anche gli Stati Uniti non erano esenti da sospetti. Alcune personalità vicine al governo di Kabul avevano espresso le proprie preoccupazioni rispetto all’accordo, considerato una copertura diplomatica che potesse giustificare il ritiro delle truppe senza tener conto della reale situazione bellica nel paese. Inoltre, al momento della firma, era in corso un’aspra disputa interna al governo afgano su chi avesse effettivamente vinto le elezioni. Se da un lato Ashraf Ghani era stato proclamato presidente del paese, dall’altro il suo oppositore, Abdullah Abdullah, ed i suoi sostenitori avevano rifiutato di riconoscere il risultato della consultazione elettorale. Proprio pochi giorni prima dell’inizio dei colloqui tra le parti, dunque, i negoziati erano già in pericolo. Gli insorti, infatti, si erano rifiutati di sedere al tavolo delle trattative con i rappresentanti di Kabul poiché, stando alle loro stesse parole, la delegazione del governo afgano non era rappresentativa di tutti gli interessi della società. Il portavoce del presidente Ghani aveva respinto tali insinuazioni ma non era chiaro se Abdullah ed i suoi seguaci sostenessero il processo di pace. La disputa tra i due rivali era stata risolta con un accordo sulla condivisione del potere. Inoltre, Abdullah era stato nominato responsabile dei negoziati con i Talebani. Parallelamente, erano cominciati i colloqui per il rilascio dei prigionieri, con una delegazione di insorti che si era recata a Kabul. Era la prima visita ufficiale di un gruppo talebano nella capitale sin dal 2001, quando la guerra era cominciata. Il governo afgano non era per niente propenso a liberare alcuni Talebani, in quanto essi erano considerati molto pericolosi per la stabilità del paese. Soltanto dopo il parere positivo di una loya jirga, ovvero una riunione tra i capi dei diversi clan presenti in Afghanistan, Ghani aveva acconsentito a procedere con lo scambio di detenuti. Nello stesso momento, gli Stati Uniti avevano ridotto sensibilmente il proprio contingente militare, nel rispetto dei termini dell’accordo di febbraio. Infatti, entro gennaio saranno 2.500 i soldati statunitensi in Afghanistan, contro i 13.000 dell’anno passato. L’ingresso di Abdullah nell’esecutivo afgano, la liberazione dei prigionieri ed il contestuale progressivo ritiro delle forze d’occupazione avevano dato nuovo slancio al processo di pace ed il 12 settembre, le trattative tra Kabul ed i Talebani erano cominciate, arrestandosi però quasi immediatamente. Dopo l’interruzione forzata a cui si è fatto riferimento in precedenza, il 3 dicembre le parti hanno trovato un accordo sulle regole per portare avanti il negoziato. In questo contesto si inserisce l’intervento del Generale Milley per salvaguardare il processo di pace alla luce di una recrudescenza degli scontri. I belligeranti, dunque, rimangono su posizioni divergenti e gli USA sono ansiosi di abbandonare l’Afghanistan. Al momento, tutto è ancora possibile.
a cura di Angela D’Ambrosio Dal 1986 l’Uganda ha avuto sempre un unico vincitore alle elezioni presidenziali: Yoweri Museveni, alla guida del paese da 34 anni. Protagonista di elezioni quasi mai trasparenti e fautore di riforme costituzionali (una nel 2005 e l’altra nel 2017) volte a garantirgli il titolo di presidente eliminando il limite d’età o di mandati, l’attuale presidente continua a adoperare oppressione e violenza quali strumenti per fronteggiare i candidati rivali alle prossime elezioni previste per gennaio 2021. Quando, nel 1986, Museveni acquisì il controllo del potere in Uganda, lo fece evidenziando la necessità di interrompere quella che era (ed è evidentemente ancora oggi) una tradizione di forti personalità che detengono il potere in alcuni stati africani senza dare spazio al progresso democratico e alla sua vera attuazione. Di fatti, dopo 34 anni alla guida del paese, Museveni si presenta di nuovo, per la sesta volta, come l’unico candidato alle presidenziali del suo partito, il Movimento di Resistenza Nazionale (NRM). Nel 1986, il paese martoriato dalla precedente guerra civile era pronto a credere al programma di politiche pacifiste e riformiste messe in campo dal nuovo presidente. Tuttavia, dopo 34 anni di presidenza in cui l’Uganda ha assistito costantemente ad elezioni truccate e oppressione dell’opposizione, oggi qualcosa sembra muoversi nel contesto elettorale del Paese. Sin dal principio della campagna elettorale, il presidente Museveni ha dichiarato apertamente di esser pronto a prendere provvedimenti contro chiunque avesse ostacolato un pacifico processo elettorale, accusando paesi terzi di intromettersi nelle elezioni e dimostrando, con azioni chiare ed inequivocabili, quanto egli non sia pronto ad affrontare i candidati rivali senza ricorrere a mezzi di oppressione, talvolta anche violenti. Più di un anno prima delle nuove elezioni, nel mese di novembre 2019, il Presidente ha chiuso ufficialmente il processo di registrazione elettorale dei nuovi cittadini aventi diritto di voto. Così facendo, alcuni membri dell’opposizione hanno stimato che circa un milione di giovani ugandesi non potranno esprimere la propria preferenza alle prossime elezioni presidenziali. Mentre questa scelta è parzialmente giustificata dalla mancanza di tempo e strumenti da parte della Commissione Elettorale Nazionale dell’Uganda, altri provvedimenti adottati da Museveni non lo sono, e sembrano addirittura essere gli unici modi in cui l’attuale Presidente riesca a dare visibilità alla sua campagna elettorale. In questo contesto spicca, tra i candidati avversari a Museveni, Robert Kyagulanyi, aka Bobi Wine, giovane cantante e politico ugandese. Kyagulanyi, arrestato il 3 novembre 2020 subito dopo esser stato nominato candidato alle elezioni presidenziali 2021, ha presto compreso cosa significa essere un candidato presidenziale contro Museveni. L’episodio del 3 novembre, infatti, è solo il primo di una serie in cui la violenza ha fatto da padrone nel contrastare la campagna elettorale di Bobi Wine e i suoi numerosi sostenitori. Il 18 novembre, a seguito di un nuovo arresto ai danni di Kyagulanyi, accusato di non rispettare le norme anti covid-19, gruppi di suoi sostenitori si sono riversati nelle strade di Kampala per protestare e richiedere la scarcerazione del giovane candidato. La risposta è arrivata brutale e violenta da parte delle autorità locali, con numerosi arresti e più di 45 morti, segnando uno dei giorni più tristi dall’inizio delle campagne elettorali. Il 2 dicembre, Bobi Wine si è visto costretto a dover sospendere per un breve periodo la sua campagna elettorale data l’enorme violenza adottata dalle forze dell’ordine contro il suo staff ed i suoi sostenitori. Con il pieno controllo di forze di polizia, esercito e Commissione Elettorale, l’attuale Presidente costituisce l’ostacolo principale al tanto acclamato pacifico processo elettorale. I candidati ed i partiti all’opposizione si trovano spesso in situazioni nelle quali gli viene negato l’accesso ai media nazionali durante la campagna elettorale, e pur non essendo questo uno strumento violento di repressione, rappresenta pur sempre un ostacolo a quello che dovrebbe essere uno dei più importanti momenti in quella che si ritiene una democrazia. Non sorprende sapere che non ci saranno osservatori internazionali alle prossime elezioni nel Paese, e che gli osservatori locali stanno agendo con grande prudenza, viste le condizioni di violenza in cui le elezioni si svolgeranno. L’Unione Europea ha infatti dichiarato che nessun risultato è stato ottenuto a seguito delle raccomandazioni fatte per le tornate elettorali degli anni precedenti in Uganda, e non ce ne saranno di nuove per queste prossime elezioni. A conti fatti, Museveni sembra essere il vincitore annunciato delle prossime elezioni e le speranze in un cambiamento del processo elettorale sono pressoché vane. Tuttavia, diversi fattori vanno analizzati per capire cos’è che si sta muovendo, come detto precedentemente nell’articolo, nel contesto politico ugandese. Se è vero, infatti, che sarà difficile per uno tra i dieci candidati all’opposizione vincere contro Museveni, è anche vero che la campagna elettorale di Bobi Wine e l’enorme supporto che quest’ultimo sta ricevendo dalla popolazione ugandese sta mettendo in luce le debolezze del partito guidato dall’attuale Presidente e le nuove esigenze della popolazione. A dispetto di ciò che Museveni aveva previsto, la popolazione ugandese ha dato vita ad un movimento che chiede a gran voce di essere coinvolto maggiormente nella vita politica del paese e, soprattutto, esige una transizione democratica che sia trasparente e genuina. In questo contesto, Bobi Wine si pone alla guida di tale movimento, introducendo una campagna che sfida apertamente le vecchie politiche conservatorie del National Resistance Movement e prefissa l’ottenimento delle piene libertà come obiettivo ultimo del cambiamento politico. Pubblicizzata fortemente tramite l’utilizzo dei social media, la campagna di Bobi Wine lascia indietro quella di Museveni, che fatica a adattarsi alle nuove strategie tecnologiche di comunicazione, ma soprattutto a comprendere che gli ideali dell’NRM sono ormai obsoleti e mancano di nuove spinte ispiratrici, capaci di attirare la giovane popolazione ugandese. Per quanto lontana sembri essere la vittoria di Bobi Wine, o di un altro candidato, alle prossime elezioni ugandesi, è invece straordinariamente vicina la voglia di un cambiamento politico all’interno del paese: la popolazione ugandese è pronta a voltare pagina.
a cura di Irene Ferri Il 23 novembre la Cina ha annunciato il raggiungimento dell’obiettivo di eliminazione della povertà estrema dal Paese. Anche le ultime 9 delle 832 contee che nel 2012 erano state classificate dal governo di Pechino come “estremamente povere” hanno superato la soglia di 4000 yuan di reddito annuale pro capite. Per Xi Jinping, che ha fatto della lotta alla povertà uno dei principali punti della sua agenda politica, si tratta di un traguardo fondamentale, poiché fino a quando ci saranno fasce di popolazione che vivono in condizioni di povertà, la Cina non potrà davvero essere la grande potenza che sogna di diventare. L’aver debellato la povertà estrema, tuttavia, non rappresenta il traguardo ultimo da raggiungere. Si tratta sì di un obiettivo importante, ma collocato in una cornice più ampia, ossia la fioritura economica delle zone rurali che devono diventare un ambiente piacevole per chi vi vive. La definizione di “povertà” fornita dal governo cinese, determina come povero chi ha un reddito annuo inferiore a 4000 yuan (l’equivalente di 607 dollari americani), tenendo conto dei prezzi attuali. Pechino si era proposta, entro la fine del 2020, di emancipare i milioni di persone ancora sotto tale soglia di povertà, soprattutto nelle zone rurali. Tuttavia, è necessario precisare che il sogno cinese di sradicare la povertà estrema non inizia con Xi Jinping, ma ha radici molto più profonde: esso inizia, infatti, con la nascita della Repubblica Popolare stessa nel 1949, sotto la guida del Grande Timoniere Mao Zedong. Le scelte di Mao in ambito politico ed economico, di cui è conseguenza il Grande Balzo in Avanti, hanno però agito in direzione opposta, non trasformando la Cina in un grande Paese industrializzato, bensì determinando un netto peggioramento delle condizioni di vita dei milioni di cinesi che già vivevano in estrema povertà. Un significativo cambio di rotta vi è stato grazie alle politiche di riforma e di apertura di Deng Xiaoping, che hanno portato la Cina a intraprendere il percorso di sviluppo economico che l’ha trasformata nella potenza che è oggi. Come mostrano i dati della Banca Mondiale, nel 1990 in Cina vivevano in povertà 770 milioni di persone. Tale cifra, grazie alle politiche adottate dal PCC, è scesa a 30 milioni nel 2019. Tuttavia, i passi in avanti fatti in tale direzione non sono stati abbastanza a causa dell’ancora esistente disuguaglianza tra le grandi città che prosperano e si trasformano sempre di più in smart cities, e le campagne dove spesso si vive ancora senza elettricità, acqua potabile e con razioni di cibo giornaliere non adeguate. Le strategie adottate da Pechino per raggiungere l’obiettivo di eliminazione della povertà estrema si possono dividere in due categorie: da un lato vi sono le politiche stabilite a livello nazionale, mentre dall’altro vi sono gli interventi locali, che implicano un alto grado di coinvolgimento dei funzionari locali del PCC. A livello nazionale ci si è concentrati sulla realizzazione di una serie di infrastrutture, strade e collegamenti che hanno permesso a molte zone rurali di non rimanere isolate e di avere anche accesso alla rete internet. Nel solo 2018 sono stati costruiti circa 200 mila chilometri di strade ed è stato possibile, per il 94% dei villaggi rurali, usufruire di una connessione alla rete. Inoltre, il governo ha incentivato decine di aziende a gestione statale (SOEs) ad avviare programmi di lotta alla povertà per un totale di 30 miliardi di yuan (circa 4 miliardi di dollari): I progetti portati avanti a livello locale sono stati, invece, alla base di reazioni molto controverse. Spesso i governatori locali sono stati accusati di aver sfruttato a fini personali i fondi forniti da Pechino per la lotta alla povertà. Il governo ha monitorato costantemente l’operato dei funzionari locali ed è intervenuto laddove le politiche locali non hanno ottenuto i risultati auspicati: nel solo 2018 circa 170 mila funzionari sono stati giudicati di fronte alla Commissione centrale per l’ispezione della disciplina, dopo essere stati accusati di corruzione. Inoltre, molto frequentemente i governatori locali sono stati accusati di essersi semplicemente occupati di trasferire gli abitanti dei villaggi rurali in costruzioni molto moderne e dotate di più comfort, ma senza mostrare la minima attenzione all’aspetto sociale della rilocazione. Numerose comunità sono state completamente distrutte, molti anziani hanno dimostrato la propria totale contrarietà al trasferimento e nessuno sembra essersi veramente interessato alla loro volontà. Un ulteriore elemento di malcontento legato alla pratica della rilocazione riguarda il fatto che molto spesso nella fase successiva al trasferimento le famiglie vengano abbandonate a sé stesse, riscontrino molta difficoltà nel trovare un lavoro che possa permettere loro di vivere mantenendo standard più alti e finiscano per rimpiangere la condizioni di povertà in cui vivevano prima. L’integrazione delle persone in nuove comunità è una sfida sociale di particolare importanza, soprattutto nel caso di minoranze etniche residenti in Tibet, Xinjiang e Qinghai, di cui nessuno sembra volersi occupare. Come rilevato da numerosi osservatori internazionali, inoltre, non si devono dimenticare i danni ambientali che la lotta alla povertà ha comportato. L’attenzione quasi esclusiva concentrata sul raggiungimento dell’obiettivo discusso, ha fatto sì che un altro dei main goals cinesi passasse in secondo piano. Diversi studi hanno confermato il peggioramento delle condizioni di aria e acqua nelle regioni maggiormente coinvolte nelle politiche di eradicazione della povertà estrema e ciò è dovuto al fatto che numerose aziende, la cui attività ha risvolti particolarmente inquinanti, sono state incentivate ad aprire nuove filiali nelle aree coinvolte, portando numerosi posti di lavoro e aumentando la prosperità economica, a discapito dell’ambiente. Non si può negare la rilevanza del traguardo raggiunto dalla Cina e il magistrale rispetto delle tempistiche. Tuttavia, in molti analisti cinesi e internazionali permangono un atteggiamento critico e una certa diffidenza. Wei Houkai, leader dell’Istituto di sviluppo agricolo dell’Accademia cinese di scienze sociali ha affermato: “China is still a country with the widest urban-rural gap in the world”, affermando che il problema delle aree sottosviluppate continuerà a esistere anche nel momento in cui non ci saranno più territori afflitti da estrema povertà. I risvolti negativi in questo processo di lotta alla povertà non sono mancati e non si deve dimenticare che nonostante sia stato raggiunto un obiettivo di notevole importanza, le disuguaglianze persistono e la strada verso il traguardo di una “società moderatamente prospera” è ancora lunga.
a cura di Riccardo Allegri Il 25 di novembre del 2020 il Senato della Repubblica Francese ha approvato a larghissima maggioranza (305 voti favorevoli ed uno solo contrario) una risoluzione che ha lo scopo di sollecitare il governo in merito al riconoscimento del Nagorno-Karabakh. Tale risoluzione non è vincolante e difficilmente l’esecutivo francese darà seguito alle richieste del Senato. Del resto, nessun paese NATO riconosce l’indipendenza della regione separatista e la risoluzione viene vista, sia in Francia che all’estero, come una provocazione. In tali termini si sono espressi i rappresentanti del governo azero, che hanno bollato la risoluzione della camera alta del Parlamento di Parigi come un provvedimento ad uso e consumo interno. Non bisogna dimenticare che la diaspora armena in Francia è numerosa e che l’Eliseo ha sempre mantenuto posizioni vicine a quelle di Erevan. Proprio per questo motivo, già nel 1997, Baku aveva cercato di opporsi con tutti i mezzi a propria disposizione all’inserimento della Francia nel Gruppo di Minsk, ovvero il consesso internazionale istituito allo scopo di trovare una soluzione negoziale ai duri scontri avvenuti in Nagorno-Karabakh a partire dalla dissoluzione dell’URSS. Non è un caso che, proprio in questi giorni, tale richiesta sia stata nuovamente avanzata dall’Azerbaijan. Baku, spalleggiata dagli alleati di Ankara, preferirebbe piuttosto un ingresso della Germania nel Gruppo di Minsk, poiché considerata più imparziale della Francia. Neanche a dirlo, la soluzione prospettata dal governo azero sarebbe fortemente contrastata dall’Armenia, in quanto Berlino ospita una folta minoranza turca e Erevan teme che le posizioni del governo tedesco potrebbero essere vicine a quelle azere. In effetti, come spesso accaduto negli ultimi tempi, Francia e Turchia sembrano appoggiare le due opposte fazioni in lotta per il controllo della regione separatista e, ampliando l’orizzonte, la risoluzione del Senato francese parrebbe inserirsi nella vivace disputa tra Parigi ed Ankara. L’Eliseo ha assunto una postura piuttosto intransigente nei confronti delle politiche della Turchia, la quale, del resto, si è fatta decisamente più assertiva. Gli interventi militari turchi nei conflitti siriano e libico hanno sollevato forti voci di protesta in tutto il mondo occidentale, Francia compresa. Dopo che il 5 gennaio milizie di Ankara hanno fatto la loro comparsa al fianco degli uomini di Serraj, il Presidente Macron ha dichiarato che Erdoğan non aveva rispettato la promessa di non interferire nelle vicende libiche. Il Presidente turco non ha risposto alle parole dell’omologo francese, proseguendo comunque la propria campagna militare in supporto al GNA. Non bisogna dimenticare che, dal canto suo, Parigi non ha mai fatto mancare il proprio sostegno alle truppe del Generale Haftar, il nemico di Serraj. Le tensioni tra Turchia e Francia sono nuovamente cresciute durante l’estate. Nel luglio del 2020, infatti, Macron ha comunicato il ritiro della marina francese dall’operazione NATO denominata “Sea Guardian”. Essa prevede l’azione di monitoraggio del rispetto dell’embargo sul rifornimento di armi alla Libia voluto dalle Nazioni Unite. Il Presidente francese ha giustificato il proprio voltafaccia ascrivendone la responsabilità alle azioni di Ankara. Pochi giorni prima una fregata francese aveva fermato una nave battente bandiera della Tanzania sospettata di trasportate armi di provenienza turca proprio in Libia. Sebbene Ankara abbia respinto tutte le accuse, i francesi hanno affermato che non abbia senso impegnare le proprie navi per il mantenimento di un embargo che un altro paese NATO non intende rispettare. Nemmeno un mese più tardi, nell’agosto del 2020, l’Eliseo ha spedito la portaerei Charles de Gaulle al largo delle coste cipriote ove le operazioni di esplorazione dei fondali da parte delle navi turche stavano pericolosamente aumentando la tensione. Negli ultimi anni sono stati scoperti numerosi giacimenti di gas naturale nel Mediterraneo Orientale e le rivendicazioni dei diversi paesi litoranei si sono fatte più forti. Questo anche perché Ankara non è parte dell’UNCLOS, ovvero la Convenzione sul Diritto del Mare promossa dall’ONU, e dunque sostiene una diversa interpretazione dei confini marittimi rispetto a quella generalmente accettata dai paesi rivieraschi della regione. Viste le crescenti tensioni con la Grecia dovute anche all’intricata questione cipriota, Parigi ha deciso di inviare diversi vascelli nel Mediterraneo orientale con l’obiettivo di evitare uno scontro diretto tra Atene ed Ankara. Ad ogni modo, Macron si è schierato in maniera piuttosto decisa con la Grecia, affermando che le azioni unilaterali della Turchia nella regione sono una minaccia per il mantenimento della pace. Dal canto suo, Erdoğan ha risposto sottolineando che l’unica soluzione per il mantenimento della stabilità nelle acque del Mediterraneo orientale è il dialogo tra le parti in causa. La crescente rivalità tra Francia e Turchia è tornata a palesarsi nel mese di ottobre, in particolare a seguito del brutale omicidio del professor Samuel Paty. L’uomo, reo di aver mostrato alcune vignette considerate blasfeme dai suoi studenti musulmani durante una lezione sulla libertà di espressione, è stato decapitato e Macron non ha tardato a condannare l’islam radicale, ponendosi in difesa dei diritti garantiti dalla Costituzione francese. Le sue parole, a cui si devono aggiungere quelle pronunciate qualche settimana prima in merito alla pericolosità di un certo tipo di Islam, non sono state apprezzate ad Ankara. Erdoğan ha infatti immediatamente replicato, chiamando il mondo arabo a boicottare i prodotti francesi ed accusando il Presidente francese di islamofobia. Il “Sultano” si è spinto addirittura oltre, contestando la sanità mentale dell’omologo transalpino. L’appello di Erdoğan al boicottaggio è stato immediatamente raccolto da alcuni paesi arabi e dal Pakistan, mentre l’Eliseo ha reagito richiamando l’ambasciatore francese in Turchia in patria. I leader dei principali stati dell’Unione Europea si sono detti solidali con Emanuelle Macron ed hanno fortemente criticato il leader turco per le sue parole. Senza contare che nello stesso periodo le autorità francesi, nella persona del Presidente, avevano lamentato la diffusione di propaganda anti-francese da parte dei media turchi in Africa. Mentre le dure parole di Erdoğan potrebbero aver avuto un certo peso nell’ondata di attentati di matrice islamica che hanno sconvolto l’Occidente nell’ultimo mese, la propaganda turca nel continente africano potrebbe mettere a repentaglio la vita dei numerosi cittadini francesi che qui si trovano. Lo scontro tra le due potenze sembra dunque essere piuttosto acceso ed i botta e risposta tra le autorità di Ankara e Parigi sono all’ordine del giorno. Sebbene sia dettata da numerosi fattori, anche la risoluzione del Senato per il riconoscimento del Nagorno-Karabakh potrebbe essere un nuovo capitolo della rivalità tra Macron ed Erdoğan.
di Roberto Renino Da ogni prospettiva a Istanbul si vedono grattacieli, ville, grandi complessi residenziali e distretti finanziari. Al tramonto, la luce riflessa su tetti e finestre avvolge la città in una patina dorata: un profilo sempre nuovo, in costante cambiamento, affollato di cantieri. "È una questione che ti si para davanti, non puoi ignorarla", afferma Giovanna Loccatelli, mentre racconta cosa l‘ha spinta a scrivere il suo ultimo libro: "L‘oro della Turchia", edito da Rosenberg&Sellier (192 pp., 14 euro). Istanbul non è una città che è rimasta cristallizzata nel tempo, la sua importanza ha fatto sì che sia stata a più riprese modificata e contaminata, in una stratificazione di epoche, culture e cambiamenti. Quelli che interessano i giorni nostri sono la sintesi tra i fenomeni migratori interni dall‘Anatolia verso le principali città Turche, l‘agenda politica del governo dell‘AKP (Partito Giustizia e Sviluppo) e l‘immenso business legato all‘edilizia e alle infrastrutture. Nel libro, l‘urbanizzazione su larga scala e i grandi progetti infrastrutturali sono il punto di partenza per un‘analisi più profonda sugli effetti sociali di tali cambiamenti. L‘autrice ci accompagna in una passeggiata tra il presente e il futuro di Istanbul, offrendoci ricchi spaccati di vita quotidiana, soffermandosi sulla ridefinizione degli spazi urbani su canoni neoliberali, dove regna l‘imperativo del consumo. Le realtà che si attraversano condividono confini più o meno visibili: oltre alle barriere reali, che isolano la città dalle gated communities, complessi residenziali sempre più grandi ed esclusivi, i confini sono anche simbolici, imposti o auto-delineati tra i vari gruppi sociali. La violenza simbolica, fatta di esclusione e autoesclusione tra gruppi sociali è una connotazione peculiare notata anche all‘interno di spazi collettivi frequentati da una classe sociale che solo all‘apparenza si direbbe compatta nel suo insieme. Il tessuto urbano e cittadino viene così diviso e sezionato in vere e proprie "bolle" che ricalcano il vasto divario tra ricchissimi e poverissimi e le divisioni basate su etnia, (non) affiliazione politica e religione. Oltre a quella simbolica, Loccatelli tratta l‘annosa questione della violenza relativa all‘urbanizzazione forzata, in particolar modo della ricollocazione degli abitanti delle gecekondu, le abitazioni di fortuna costruite da chi negli anni si è spostato dalle compagne verso le città. Il fenomeno, iniziato negli anni Cinquanta e continuato ininterrottamente, ha contribuito all‘allargamento delle principali città turche, causando un repentino incremento della densità abitativa e creando nuove sfide sociali e urbane. Dopo una lunga serie di investimenti infrastrutturali e politiche clientelari, le periferie sono state gradualmente (ma mai completamente) inglobate nelle città. Lo spostamento massiccio degli abitanti delle gecekondu presenta più criticità e l‘urbanizzazione forzata ne è la principale. Lo sradicamento degli abitanti dal loro tessuto sociale porta a spezzare i legami familiari e di vicinato che dai villaggi sono stati ritrasposti ai limiti degli spazi urbani. Infine, l‘approfondimento sull‘azione di Toki, l‘ente amministrativo per le abitazioni e la pianificazione – di fatto diventato un organo alla mercé del governo – rende il lettore partecipe di un sistema basato sulla speculazione edilizia, tarato sull‘allontanamento delle classi meno abbienti da luoghi di potenziale interesse economico e appetibili per investimenti sia turchi che esteri. "Consumo, merce, turismo" sono infatti le parole chiave sottese ai progetti dell‘AKP. La realizzazione di ogni progetto urbano, dai complessi abitativi agli stadi, prevede anche la creazione di luoghi dedicati al consumo spesso integrati nella struttura stessa dei complessi, da un lato sfruttando al massimo le potenzialità di guadagno, dall‘altro promuovendo un tipo di aggregazione sociale orientato all‘acquisto. È da leggersi in quest‘ottica il pullulare dei centri commerciali: i nuovi (non) luoghi della socialità turca, poli di attrazione trasversali adatti a quasi tutte le tasche. Sebbene non sia la capitale amministrativa della Turchia, Istanbul ne è rimasta il "biglietto da visita" sia per il resto del paese che a livello internazionale. Rendere Istanbul appetibile per il turismo e la finanza globale è uno dei punti cardine della politica dell‘AKP; gli enormi progetti sono un‘abile esca per attirare investimenti, speculazione e per costruire una fetta dell‘economia sulla "internazionalizzazione" di intere sezioni della città. Processi di riqualificazione e gentrificazione di quartieri interi hanno portato ad una repentina trasformazione anche del tessuto sociale. Il governo è riuscito a fondere il paradigma neoliberista con un approccio decisamente autoritario: "[a] Istanbul il modello neoliberista nei confronti dello spazio urbano non solo è stato molto aggressivo, ma non ha lasciato spazio concreto a nessun tipo di dissenso". In quest‘ultimo passaggio si sottolinea la pervasività delle azioni del governo, che è stato in grado di reprimere ed estirpare i germogli dell‘opposizione popolare esplosa nel 2013 con l‘occupazione di Gezi park. La manifestazione del 2013 segna uno spartiacque nella politica dell‘AKP e della relazione di Erdoğan con i cittadini, sempre più divisi su una polarizzazione palpabile, più di una volta pronta a riesplodere negli ultimi anni. Dopo le proteste, e soprattutto dopo il tentato golpe nel 2016, Erdoğan ha dato un‘impronta sempre più personalistica alle politiche, ai valori e alla gestione dello Stato. L‘autrice coglie in modo ottimale tale deriva, a partire da un simbolo illuminante: il palazzo presidenziale costruito nel 2014, duramente criticato per la sua grandezza e costo. Dalla stessa architettura si riesce infatti ad intuire l‘approccio del presidente, che porta avanti una retorica e una propaganda sapientemente bilanciata tra culturalismo, nazionalismo, un‘interpretazione dell‘Islam abbastanza progressista da includere un tipo di sviluppo capitalista e uno smodato utilizzo della simbologia legata ad avvenimenti storici e riferimenti religiosi. Il largo consenso del presidente turco ha però dovuto confrontarsi con la forte crisi economica che ha travolto il paese soprattutto nel 2018, incrinando il sistema di sviluppo e rallentando i lavori degli innumerevoli cantieri sparsi per il paese. Una spia della perdita del consenso del presidente Erdoğan è stata l‘elezione ad Istanbul nel 2019 di un candidato dell‘opposizione, Ekrem Imamoğlu. Nell‘analisi di Loccatelli, la vittoria di Imamoğlu è dipesa sia dal collasso economico che dall‘agenda del neosindaco, improntata su uno sviluppo più sostenibile e teso ad un coinvolgimento più trasversale della popolazione istanbuliota. Ciononostante, perdere l‘amministrazione di Istanbul non precluderà al presidente Erdoğan e al governo dell‘AKP di continuare il percorso di transizione verso la Yeni Türkiye, la nuova Turchia, da presentare al mondo allo scoccare del 2023, data del centenario della fondazione della Repubblica Turca. "Non si può comprendere cosa sia e cosa comporti la nuova Turchia senza analizzare il processo di accentramento del potere e di ristrutturazione dello Stato in atto almeno dal 2010. […] Erdoğan può essere considerato, a tutti gli effetti, il vero erede di Ataturk nella misura in cui entrambi intendono il cambiamento costante come l‘essenza vitale del fare politica." Il Nuovo cui l‘AKP però aspira è una rifondazione repubblicana basata su una nuova concezione dello Stato e dell‘identità turca collettiva, sempre più univoca e accentrata su canoni e valori specifici. Tra i punti di forza della lettura di Loccatelli vi è il superamento delle dicotomie spesso adottate nell‘analisi della politica turca sia in Italia che all‘estero. Considerando che il processo che ha portato Recep Tayyip Erdoğan a consolidare il suo potere vada oltre le etichette di "islamismo" e "autoritarismo", la giornalista trasmette pienamente la portata colossale del progetto politico, sociale ed economico che ha travolto l‘intera popolazione. Distinguere le sfaccettature e le sfumature del processo è fondamentale per comprendere l‘impatto che le politiche urbane e il business edilizio hanno avuto sulle diverse componenti della società turca. Tale percezione è resa possibile nel libro anche grazie all‘utilizzo di fonti in lingua turca, saggi e articoli scritti da giornalisti e studiosi che hanno già approfondito la questione con una consapevolezza più profonda e con lenti differenti dalla stampa nostrana o internazionale. Non sono solo l‘approccio giornalistico e lo stile fluido e scorrevole a rendere questo libro uno strumento utile per comprendere le dinamiche trattate. I momenti di vita quotidiana che si intravedono da finestre aperte dall‘autrice sulle strade di Istanbul e gli aneddoti del suo vissuto personale arricchiscono la narrazione rendendo molto più comprensibili dei fenomeni altrimenti distanti per chi conosce la Turchia solo dai giornali. Per quanto prezioso, l‘oro della Turchia non ha riserve illimitate, anzi, diversi eventi ne segnalano l‘insostenibile estrazione con i ritmi richiesti dal governo. Il processo iniziato da Erdoğan è tuttavia difficilmente invertibile, ma – come ha già dimostrato in questi anni – è abile ad adattarsi ai cambiamenti, cavalcando il consenso popolare e reprimendo il dissenso dell‘opposizione. a cura di Daniele Congedi Il 2020 passerà alla storia come l’annus horribilis del mondo contemporaneo. L’intera umanità ha dovuto fare i conti con una crisi sanitaria ed economica di proporzioni gigantesche, cagionata dallo scoppio della pandemia da Covid-19. Per affrontare il periodo decisamente tragico, l’Unione europea, i cui Paesi membri non sono stati di certo risparmiati, ha elaborato un pacchetto di interventi miranti a risollevare le sorti del Vecchio continente. Al netto dell’importante ruolo svolto dalla Banca centrale europea (BCE) per il tramite di un nuovo programma di acquisto di 1350 miliardi di euro aggiuntivi di titoli pubblici e privati, denominato Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP), quattro sono i pilastri della strategia di Bruxelles: 200 miliardi di prestiti della Banca europea per gli investimenti (BEI) per imprese ed enti locali; 100 miliardi di fondi per gli ammortizzatori sociali ("piano Sure"); una nuova linea di credito “sanitaria” del Meccanismo europeo di stabilità (MES) da 240 miliardi; il lancio del “Next Generation EU” da 750 miliardi di euro (circa 390 miliardi di euro di prestiti e 360 miliardi di euro di finanziamenti a fondo perduto), dilazionati in più anni, per finanziare gli investimenti strategici per le prossime generazioni, quali la transizione verso una società più verde, digitale e capace di creare milioni di posti di lavoro. Le risorse per il “Next Generation EU” (generalmente conosciuto come Recovery Fund) verranno attinte mediante dei prestiti contratti sui mercati finanziari a tassi di interesse molto bassi in virtù dell’ottimo rating creditizio dell’Unione europea. Il rimborso del prestito da parte della Commissione europea farà affidamento sul contributo di nuove risorse proprie, garanzia grazie alla quale la Commissione potrà emettere il debito comune per finanziare il “Next Generation EU”. Per beneficiare dei fondi, suddivisi tra i Paesi membri in base ad alcuni parametri, gli Stati dovranno presentare i propri piani nazionali entro il 30 aprile 2021, delineando i programmi di investimento e di riforma sulla base delle linee guida suggerite dall'Unione europea e delle raccomandazioni specifiche rivolte ai singoli Paesi. Questi piani nazionali verranno poi valutati dalla Commissione entro due mesi dalla loro presentazione. Tale valutazione dovrà essere approvata dal Consiglio a maggioranza qualificata, cioè con almeno il 55% degli Stati che rappresentino almeno il 65% del totale della popolazione dell’Unione europea. Inoltre, per un maggiore controllo da parte degli Stati nella fase implementativa, è prevista (in casi eccezionali) la possibilità per gli stessi di azionare il cosiddetto “freno di emergenza” nei confronti degli altri Paesi. Superate le evidenti criticità iniziali, il “Next Generation EU” richiede ancora ulteriori passaggi per entrare in vigore. Prima di addentrarci negli eventi di questi giorni occorre però definire i termini della questione. Partiamo dal presupposto che l’approvazione del bilancio annuale dell’UE si colloca nel quadro di una previsione pluriennale (al cui rispetto è subordinato il bilancio annuale) che fissa gli importi dei massimali annui degli stanziamenti per impegni relativi a ogni categoria di spesa. Il quadro finanziario pluriennale, come sancito dall’art. 312 TFUE, è adottato dal Consiglio all’unanimità, previa approvazione del Parlamento europeo a maggioranza dei suoi membri. Ciò detto, dopo l’approvazione del bilancio pluriennale da parte del Parlamento europeo, avvenuta i primi di novembre, nel corso della riunione del Comitato dei Rappresentanti Permanenti dell’UE (COREPER), preparatoria per il successivo Consiglio che avrebbe dovuto portare all’approvazione del bilancio pluriennale (a cui è legato il “Next Generation EU”), Ungheria e Polonia hanno posto un veto alla decisione sulle risorse proprie, che per essere ratificata necessita dell’unanimità. Come ammesso più o meno esplicitamente dagli stessi protagonisti, quanto accaduto è la risposta all'avvenuta approvazione nel Consiglio, a maggioranza qualificata, di un meccanismo di condizionalità che lega l'accesso al “Next Generation EU” al rispetto dello stato di diritto (o rule of law). Il meccanismo oggetto del dibattito prevede che, ove uno Stato membro violi i principi base dell’UE, la sospensione dei finanziamenti può essere decretata con voto a maggioranza. Dal canto loro Polonia e Ungheria avrebbero preteso un voto all’unanimità, consapevoli del rischio potenziale in cui incapperebbero a causa delle loro violazioni già accertate dalla Corte di giustizia europea. Come evidenziato dall’art. 2 TUE, il rispetto dello stato di diritto è uno dei valori sui quali l’Unione europea si fonda e condizione essenziale per potervi partecipare. Inoltre, ai sensi dell’art. 7 TUE, gli Stati membri che si rendono protagonisti di una violazione dei suddetti valori possono incorrere in sanzioni, come la sospensione del diritto di voto dello Stato in seno al Consiglio. Il centro nevralgico di tutta la questione risiede nella circostanza per cui, laddove il bilancio pluriennale non venisse approvato entro l’anno si aprirebbe una fase di gestione “provvisoria”, con possibilità di spesa molto ridotte. Per tali motivi la Commissione europea non potrebbe far partire la procedura di collocamento sul mercato dei 750 miliardi del “Next Generation EU”, ritardando ulteriormente le erogazioni agli Stati membri e aggravando gli effetti della pandemia sulle economie europee. Qualora la situazione non dovesse sbloccarsi, per superare l’impasse le cancellerie europee riflettono sulle possibili alternative, a partire dall’eventuale ricorso alle “cooperazioni rafforzate”, uno strumento previsto dai Trattati dell’UE e a cui si può ricorrere nel quadro delle competenze non esclusive dell’Unione, come extrema ratio. Le cooperazioni rafforzate (art. 20 TUE e artt. 326-334 TFUE) consentono di creare, all’interno dell’Unione, forme di più intenso sviluppo concernenti un limitato numero di Stati membri (almeno nove). Sebbene tutti gli Stati membri possano partecipare alle deliberazioni del Consiglio nella materia oggetto della cooperazione rafforzata, solo quelli che vi partecipano attivamente possono votare (all’unanimità) sulle relative decisioni, obbligatorie esclusivamente per gli Stati partecipanti. Considerata la farraginosità del sistema della cooperazione rafforzata, un’altra opzione sul tavolo riguarderebbe la stipula di un accordo intergovernativo, al di fuori del sistema dell’UE (come avvenuto con il MES), escludendo Varsavia e Budapest. Anche questa seconda ipotesi deve fare i conti, tuttavia, con una certa riluttanza da parte degli addetti ai lavori.Ad ogni modo, a prescindere dal tipo di soluzione che verrà adottata, la strada per il concreto ottenimento dei fondi del “Next Generation EU” è ancora lunga e irta di ostacoli, non da ultimo la necessaria ratifica finale da parte dei singoli parlamenti nazionali.
Il novembre nero del Perù: dalla crisi economico-sanitaria a quella politico-istituzionale5/12/2020
a cura di Riccardo Allegri Sono addirittura tre i presidenti che si sono alternati nell’ultimo mese, per non dire in una sola settimana, alla guida del Perù. Il paese andino sta attraversando una crisi politica che non ha precedenti, almeno nella sua storia recente. La popolazione, vessata dalle pessime performance economiche e da una gestione discutibile dell’epidemia di Covid-19, è scesa in strada per protestare contro l’operato del Congresso. In effetti, l’inerzia del decantato “miracolo economico” vissuto dal Perù negli anni Duemila sembra essersi esaurita, condannando il popolo a vivere in condizioni miserevoli ed in un clima di grande diseguaglianza socio-economica, tipico dei paesi del Sud America. In aggiunta, il paese è stato duramente colpito dal coronavirus, dovendo sopportare il più alto tasso di mortalità pro-capite di tutto il pianeta. La pandemia ha avuto ripercussioni devastanti sull’economica ed il Fondo Monetario Internazionale prevede che il Pil del Perù subirà una contrazione del 13,9% nel 2020. In questo terrificante contesto si innesta la crisi di governo peggiore degli ultimi anni. Ma procediamo con ordine. Il 9 novembre, il parlamento peruviano è finalmente riuscito nel suo intento di rimuovere il Presidente Vizcarra tramite la procedura di impeachment. L’accusa di corruzione della quale egli ha dovuto rispondere, faceva riferimento ad un episodio accaduto nel 2014, quando l’uomo era il governatore della regione di Moquegua. Gli oppositori del Presidente hanno richiesto l’impeachment per “incapacità morale”, nonostante questi si sia dichiarato innocente e non siano state mosse accuse formali contro di lui. Egli ha immediatamente abbandonato l’incarico accettando il voto parlamentare. Il Congresso aveva già provato a rimuovere Vizcarra dal proprio ruolo nell’esecutivo non più tardi di un mese prima, senza riuscirci. I rapporti tra l’ormai ex Presidente ed il legislativo peruviano non sono mai stati idilliaci. Egli, infatti, aveva già sciolto il parlamento nel 2019 a causa dell’esercizio, da parte del Congresso, di manovre ostruzionistiche volte ad evitare il passaggio di una legge contro la corruzione promossa proprio da Vizacarra. Del resto, lo stesso Vizacarra aveva fatto della lotta all’illegalità dilagante all’interno delle istituzioni il proprio cavallo di battaglia. Dopo il pronunciamento della Corte Suprema, che aveva respinto il ricorso del Congresso, l’organo legislativo era stato sciolto e nel gennaio del 2020 il paese era tornato alle urne. Il principale partito di opposizione, che controllava il parlamento, aveva subito una sonora sconfitta elettorale, passando dal 36% del 2016 ad un mero 7%. Questo però non ha cambiato le cose, in quanto, nonostante il pessimo risultato del partito di Keiko Fujimori, altre forze politiche contrarie all’approvazione della legge anti-corruzione avevano visto crescere i propri consensi. In realtà il quadro politico scaturito dalle elezioni di gennaio è apparso da subito piuttosto frammentato, in quanto nessun partito era riuscito ad ottenere un numero di consensi tale da superare il 10%. Non bisogna dimenticare che in Perù la corruzione è piuttosto diffusa e si può ben dire che sia la principale fonte di guadagno per buona parte dei politici del paese. Lo stesso Vizcarra era stato eletto Presidente dopo che il suo predecessore, del quale egli era oltretutto il vice, era stato condannato nel 2018 per uno scandalo legato alla compravendita di voti. Appare dunque comprensibile il motivo che ha spinto il legislativo ad opporsi ad una legge che avrebbe eliminato l’immunità parlamentare, considerando che una buona metà dei membri dello stesso parlamento sono attualmente indagati per reati che vanno dalla semplice corruzione all’omicidio. Il Congresso è riuscito nell’intento di avviare la procedura di impeachment nei confronti del Presidente grazie al fatto che quest’ultimo non possedesse una maggioranza all’interno dell’istituzione. Vizcarra è stato infatti eletto come indipendente ed è riuscito a governare senza l’appoggio del legislativo grazie alla prerogativa, propria della carica da questi occupata, di sciogliere il Congresso. Ciò lo ha sempre messo al riparo dai tentativi di ostruzione o, peggio ancora, di esautorazione. La Costituzione del paese prevede però che tale prerogativa del Presidente venga meno nell’ultima parte del mandato. I tempi erano evidentemente maturi ed il parlamento non si è fatto attendere. L’impeachment è stato votato da 105 membri del Congresso su un totale di 130 e ciò è accaduto nonostante i sondaggi avessero sottolineato come per il 78% della popolazione peruviana egli dovesse portare a termine il proprio mandato. Il suo posto è stato preso da Manuel Merino, lo speaker del Congresso ed uno dei principali oppositori di Vizcarra. Parrebbe proprio questo il motivo che ha spinto la gente a scendere nelle piazze per protestare contro quello che definiscono un colpo di stato. Gli scontri tra la polizia ed i manifestanti sono stati molto violenti ed hanno portato alla morte di due ragazzi dell’età di 22 e 24 anni, in aggiunta a diverse decine di feriti. Il clima di totale sfiducia nelle istituzioni e la particolare violenza con cui le forze di sicurezza peruviane hanno cercato di reprimere il movimento di protesta hanno contribuito a rendere ancora più profonda la frattura che divide il popolo del Perù dalla propria élite politica. Timoroso di una vera e propria rivoluzione, lo stesso Merino ha deciso di rassegnare le proprie dimissioni dopo soli 5 giorni dall’aver prestato giuramento ed il suo posto è stato preso da Francisco Sagasti del Partido Morado, ovvero l’unica formazione politica ad essersi espressa negativamente rispetto all’impeachment di Vizcarra. La scelta di Sagasti come Presidente ad interim con il compito di traghettare il governo fino alle elezioni del giugno 2021 rappresenta un estremo tentativo dell’élite politica del paese di allentare la tensione con il popolo. Infatti il suo governo sarà composto da un’ampia coalizione di forze che consenta a quanti più peruviani possibili di sentirsi rappresentati dall’esecutivo in un quadro di totale emergenza. La situazione nel paese andino appare dunque piuttosto fluida ed il futuro non sembra essere luminoso. Lo scollamento tra il popolo e l’establishment appare piuttosto evidente e la violenta repressione del movimento di protesta ha ulteriormente peggiorato le cose. Per far fronte alla profonda crisi economica, il governo è riuscito ad ottenere l’autorizzazione per emettere bond a 100 anni, nella speranza che gli investitori non siano intimoriti dall’instabilità dilagante. La misura appare tardiva e probabilmente non avrà un reale impatto sulle condizioni della popolazione, stremata da anni di bassa crescita economica, totalmente sfiduciata rispetto alla classe politica ed infine brutalmente colpita dalla pandemia di Covid-19.
a cura di Massimo Spinelli Da alcuni mesi a questa parte, in cima alla lista delle priorità degli stati europei non può che esserci la gestione e il contenimento della pandemia di Covid-19 che sta disgregando il tessuto socio-economico dei principali stati membri dell’Unione. Tutti gli altri dossier, inclusi quelli fino a poco tempo fa considerati tra i più rilevanti, vengono messi in lista d’attesa. Tra questi, si trova anche la questione migratoria e una riforma delle politiche comunitarie che, anche se momentaneamente considerata secondaria da molti, non può essere accantonata. Ne è un chiaro esempio il veto posto da Ungheria e Polonia sulla recente proposta del bilancio europeo per il periodo 2021-2027. In questo caso, l’oggetto del contendere è il meccanismo relativo all’interruzione dell’erogazione dei fondi europei, inclusi quelli del Recovery Fund, in caso di violazione dello stato di diritto e dei principi democratici fondamentali all’interno del paese destinatario dei fondi sopra citati. Nonostante appaia chiaro che il richiamo del Consiglio Europeo presieduto da Jean Michel faccia riferimento principalmente alle contestate riforme del sistema giudiziario approvate da Orban e Morawiecki, rispettivamente nel 2012 e nel 2018, è innegabile che parte del nuovo meccanismo punti proprio a mitigare le dure politiche anti-migratorie sostenute da Budapest e Varsavia. In tal senso, si può osservare una sovrapposizione tra i diritti fondamentali che Bruxelles esige vengano rispettati, e le sanzioni penali, applicabili, ad esempio, in territorio ungherese, a chiunque assista migranti arrivati in territorio ungherese in maniera irregolare, inclusi gli operatori delle ONG. Nonostante di questi tempi non compaiano sulle prime pagine dei giornali nazionali, le improbabili traversate intraprese da migranti provenienti dal continente africano, e le conseguenti tragedie consumatesi a largo delle coste nordafricane ed europee, non si sono arrestate. Nella notte tra il 27 e il 28 ottobre, 19 migranti iraniani hanno perso la vita nel tentativo di attraversare la manica per approdare sulle coste britanniche. La fatiscente imbarcazione sulla quale navigavano era stata avvistata intorno alle 21:30 del 27 ottobre da dei pescherecci francesi transitanti a poche miglia di distanza da Calais. Nonostante le segnalazioni che si sono susseguite da lì a poco, i soccorsi non sono riusciti ad arrivare in tempo per evitare l’annegamento di 4 persone, una famiglia composta dai genitori e 2 figli, di 5 e 8 anni, mentre i restanti 15 naufraghi sono stati riportati a Calais per essere ricoverati. Di certo non si può parlare di un caso isolato, specialmente osservando il numero di migranti irregolari sbarcati in Gran Bretagna nel corso del 2020, salito oltre quota 7400 unità. Appena una settimana più tardi, 66 rifugiati provenienti da diversi stati del centro-nord Africa sono stati avvistati mentre intenti a raggiungere l’Andalusia, nel mare di Alboran. 14 di questi, tra cui 3 bambini e 4 donne, non sono sopravvissuti al naufragio avvenuto a circa 30 miglia dall’isola di Alboran, punto critico a metà strada tra le coste del Marocco e quelle spagnole. In seguito ad un malfunzionamento del motore dell’imbarcazione, e del conseguente panico generatosi a bordo, il gommone partito dalla cittadina di Bouyafar si è capovolto, rovesciando i 66 a bordo, in mare. Considerando le circostanze disperate in cui verteva la situazione, il conto delle vittime, per quanto tragico, rimane limitato, come sostiene la ONG spagnola Caminando Fronteras, arrivata sul posto. L’efficiente e tempestivo intervento dei soccorritori si deve alla consolidata cooperazione tra la Guardia Costiera Spagnola e quella marocchina, all’interno della quale la prima ha giocato un ruolo fondamentale per il salvataggio dei superstiti, successivamente trasportati di nuovo in Marocco. Poco più di una settimana fa, altri due naufragi, susseguitisi nell’arco di 24 ore, hanno provocato la morte di altre 100 persone, come confermato da Medici Senza Frontiere. Entrambi avvenuti a largo delle coste libiche, il primo si è registrato a poche miglia da Khums, il secondo non lontano dalla città di Sorman. Quest’anno, l’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) è arrivata a contare fino a 900 vittime complessive causate dai tragici naufragi che hanno avuto luogo nel Mediterraneo. È proprio il capo della missione dell’OIM in Libia, Federico Soda, a esprimere il giudizio più duro sul mancato operato dei governi coinvolti, descritti come «incapaci di intraprendere un’azione decisiva per dispiegare un sistema di ricerca e soccorso quanto mai necessario in quella che è la rotta più mortale al mondo» . Inevitabile che, nel momento in cui si venga a conoscenza di tragedie di questa portata, la memoria non torni indietro alla terribile conta dei decessi registrati nel Mediterraneo tra il 2015 e il 2016, in quella che viene oggi definita come ‘crisi migratoria europea’. Analizzando i numeri menzionati in questo articolo, appare lecito, se non necessario, domandarsi quali miglioramenti siano stati apportati da allora, e se questi ultimi abbiano prodotto un effetto consistente e tangibile. Tra luci e ombre, proprio in virtù di quella crisi migratoria, l’Unione Europea ha fatto significativi passi avanti in materia di regolamentazione comunitaria dei flussi migratori. Tra i più rilevanti ricordiamo: il Piano d’azione dell’UE contro il traffico dei migranti siglato nel 2015; l’Operazione SOPHIA, prima operazione militare di sicurezza marittima europea nel Mediterraneo centrale; la creazione del Centro Europeo per le Migrazioni e il Traffico di esseri umani. D’altro canto, resta vivido nella memoria dei cittadini europei anche il contestato accordo tra l’UE e la Turchia di Erdoğan, simbolo di un’Unione incapace di organizzarsi per far fronte a quella straordinaria emergenza che è stata la crisi migratoria. Una valutazione complessiva di questa serie di iniziative comunitarie risulta complessa ma quanto mai necessaria, in particolare alla luce degli ultimi avvenimenti. Negli ultimi mesi, a Bruxelles si sta valutando la proposta della Commissione relativa ad un nuovo Patto europeo per le migrazioni. Il nuovo accordo si propone di superare il regolamento di Dublino, rivelatosi tanto obsoleto quanto inefficace. Il nuovo piano promosso dal Presidente della Commissione, Ursula Von der Leyen, prevede un meccanismo di rafforzata cooperazione con i paesi di origine e una nuova guardia costiera europea, ingenti investimenti per lo screening dei migranti all’ingresso della frontiera europea, oltre che rimpatri sponsorizzati da quegli stati membri che non hanno intenzione di partecipare alla ridistribuzione dei richiedenti asilo. Un progetto ambizioso che però sembra non trovare il favore degli analisti, i quali si dicono scettici riguardo le possibilità che un accordo simile possa generare consenso nell’UE divisa dalle frizioni interne rispetto ad un tema tanto delicato. In tal senso, il veto di Ungheria e Polonia al bilancio, e di conseguenza al Recovery Fund, non può che lasciar presagire lunghi ed estenuanti mesi di negoziati.
a cura di Carlo Comensoli Negli ultimi decenni, l’Asia centrale ha visto crescere la propria importanza geopolitica. Fino a trent’anni fa, infatti, quest’area geografica era parte integrante dell’Unione Sovietica: questo pone tuttora i paesi che la compongono sotto l’influenza di Mosca, soprattutto per quanto riguarda il Kazakistan e il Kyrgyzstan, che fanno parte dell’Unione economica eurasiatica. Va da sé che il rapido emergere della Cina come potenza globale ha inevitabilmente intaccato gli equilibri della regione, soprattutto da quando Pechino ha iniziato a cambiare gradualmente la propria attitudine in politica estera proiettandosi verso l’esterno. Questo processo, come è noto, ha visto la propria concretizzazione nella presidenza di Xi Jinping e nel lancio dell’immenso progetto della Belt and Road Initiative (BRI), la “Nuova via della seta”, che proprio in questa regione vede necessariamente uno snodo cruciale. Questo piano globale di investimenti infrastrutturali e non solo si è ovviamente presentato fin da subito come un’enorme opportunità di crescita economica e miglioramento delle condizioni di vita per le popolazioni di questi paesi. Ciò è particolarmente vero per due repubbliche come il Tagikistan e il Kyrgyzstan, strutturalmente diverse tra loro ma entrambe caratterizzate da una situazione economica particolarmente instabile, con un prodotto interno lordo che dipende in buona parte dalle rimesse dei cittadini che lavorano all’estero. Allo stesso tempo, la strategia di investimenti nella regione da parte di Pechino porta con sé dei rischi, soprattutto alla luce del fatto che in pochi anni è diventata il primo creditore dei due paesi: la Cina infatti detiene attualmente il 41% del debito pubblico del Kyrgyzstan e il 53% di quello del Tagikistan. La strategia adottata dalla Cina non si limita solo a questa regione, ma negli anni ha coinvolto altri paesi, e come è noto ha anche esteso la propria influenza all’Africa subsahariana. A partire dal lancio del progetto della BRI da parte di Xi Jinping nel 2013, la Cina ha progressivamente prestato 350 miliardi di dollari a paesi in via di sviluppo, tra cui molti considerati debitori ad alto rischio. È chiaro, quindi, che la battuta d’arresto alla crescita economica causata dalla pandemia di Covid-19 si è fin da subito presentata come un ostacolo alla linea condotta fin qui da Pechino. Già durante la scorsa primavera questa problematica ha iniziato a delinearsi a livello internazionale, sollevando interrogativi su quali sarebbero state le risposte della Cina a fronte di questo nuovo scenario. Da un lato, infatti, se adottasse una politica di riprogrammazione delle scadenze e cancellazione dei debiti, questo avrebbe ovviamente ripercussioni sul sistema finanziario interno e sulla già compromessa crescita economica della Repubblica Popolare. Tuttavia, anche un approccio intransigente e la pretesa di pagamenti nell’impossibilità di assolvere alle condizioni stabilite prima del 2020 comprometterebbe non solo la stabilità dei singoli paesi, ma anche lo sforzo cinese di estendere la propria influenza a livello globale. Se consideriamo il caso di Tagikistan e Kyrgyzstan, i due paesi più poveri dell’Asia Centrale, questo fenomeno ha avuto importanti implicazioni a livello locale. Visto l’impatto degli effetti della pandemia nella regione, la Cina starebbe riprogrammando la propria strategia. Anche solo osservando la posizione geografica di questi due paesi è possibile capire come gli interessi in gioco per la superpotenza le impediscono di rinunciare tout court al ruolo primario che svolge nell’economia della regione. Tuttavia già prima del 2020 Pechino ha in parte abbandonato la politica di adozione di accordi di credito su larga scala con i due paesi per lo sviluppo di progetti infrastrutturali, visto il concreto rischio di non poter assolvere alle condizioni previste, mentre negli ultimi sei anni avrebbe per lo più puntato sullo sviluppo industriale della regione e sulle esportazioni verso il mercato cinese. Complice anche il cambio di strategia, quindi, a differenza di altri paesi che hanno stretto accordi con la Cina nell’ultimo decennio, Tagikistan e Kyrgyzstan, almeno fino alla prima metà del 2020, sono generalmente riusciti a rispettare le condizioni. Rispettivamente ad agosto e settembre, invece, per gli effetti della inevitabile contrazione del primo semestre, i due paesi hanno ufficialmente richiesto la riprogrammazione delle scadenze. Se da un lato, però, lo scenario che si prospetta come conseguenza della pandemia di Covid-19 porterebbe quasi far pensare al rischio di una spirale del debito con Pechino, la novità degli ultimi mesi è stato il maggiore coinvolgimento del Fondo Monetario Internazionale. L’istituzione con sede a Washington è infatti intervenuta già prima dell’estate con prestiti di 242 milioni di dollari al Kyrgyzstan e di quasi 190 milioni al Tagikistan per finanziare il pagamento dei debiti dei due paesi con la Export-Import Bank of China, il maggior creditore delle due repubbliche centro-asiatiche. Già prima di quest’anno, quindi, la strategia adottata dalla Cina nei due paesi è gradualmente cambiata diminuendo i finanziamenti su larga scala per lo sviluppo delle infrastrutture. Considerando comunque la posizione strategica dei due paesi, rimane comunque importante osservare come si svilupperà la situazione nei prossimi anni, anche seguendo gli sviluppi politici interni. I cittadini di entrambi i paesi sono andati alle urne lo scorso ottobre: in Tagikistan, Emomali Rhamon è stato prevedibilmente riconfermato come Presidente con il 90% dei voti (probabilmente supererà l’ex presidente kazako Nursultan Nazarbayev come leader rimasto in carica più a lungo in un’ex Repubblica Socialista Sovietica). In Kyrgyzstan, invece, considerato tuttora come l’unica democrazia in Asia Centrale, i risultati delle scorse elezioni sono stati invalidati dalla Commissione elettorale centrale in seguito alle proteste nella capitale Biškek. In attesa del nuovo voto, il leader nazionalista Sadyr Japarov svolge l’incarico sia di Primo ministro che di Presidente della Repubblica, e nel frattempo ha anche indetto un referendum costituzionale che potrebbe portare a un ulteriore accentramento dei poteri nelle mani del Capo di Stato. In tutto questo, se dieci anni fa gli interessi di Pechino nella zona apparivano come un’opportunità di sviluppo economico, oggi il rischio di una spirale del debito con la superpotenza ha portato a un crescente scetticismo, se non a tratti sinofobia, tra la popolazione.
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