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Still so special? L’evoluzione dell’asse Londra-Washington

28/11/2020

 
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a cura di Lorenzo Giordano
 
 
Il successo del candidato democratico Joe Biden fa presagire un cambio di rotta rispetto alle politiche adottate dall’attuale presidente, Donald Trump, in molteplici sfere, dal sociale all’ambiente. Oltreoceano, invece, l’Unione Europea confida in una definitiva tregua commerciale con Washington. Nel contesto del Vecchio Continente, a guardare da vicino allo scenario post-elezioni è Londra, legata storicamente e culturalmente a Washington mediante una linea diretta che, a detta degli storici leader, valica i confini della partnership per sfociare in un’autentica friendship, nella formula della «special relationship».
 
Tale espressione fu coniata ufficialmente da Winston Churchill in un discorso a Fulton, Missouri, nel 1946 ed affonda le proprie radici nel cosiddetto Great Rapprochement anglo-americano tra 1895 e 1915: una fase di convergenza diplomatica, militare ed economica tra le due nazioni, giunta al termine di un secolo di scontri ed instabilità.
 
Il discorso di Churchill fa del senso di fratellanza insito nella “anglosfera”, che univa i popoli di lingua inglese su ambo le sponde dell’Atlantico, il punto focale della sua evocativa retorica, sebbene sia indubbio che retaggi linguistici e culturali siano solo un tassello di un puzzle subordinato alla Realpolitik e alle logiche della politica internazionale. Potenze democratiche dalla vocazione marittima e a lungo egemoni del sistema internazionale, Regno Unito e Stati Uniti si sono fatti promotori del suo sviluppo in senso liberale e hanno garantito che i principi del libero mercato e del laissez faire governassero un’economia globale aperta, fronteggiando in maniera cooperativa le minacce derivanti dalle autocrazie europee, dal militarismo nazifascista e dal comunismo sovietico.
 
Ormai ci si domanda se quella della special relationship sia una formula anacronistica, destinata a durare sì, ma nella forma di un semplice rapporto privilegiato di natura regionale assimilabile alle relazioni intrattenute dagli Stati Uniti con Israele ed Australia. Un’ipotesi plausibile se si contestualizzano i differenti panorami globali del XX e del XXI secolo. Furono infatti le ultime fasi della Seconda guerra mondiale e le logiche della Guerra fredda ad accompagnare lo slancio cooperativo di Gran Bretagna e Stati Uniti e a dare impulso a conferenze alleate ed accordi bilaterali. Del resto, l’asse Londra-Washington costituiva il fulcro dell’Alleanza atlantica, in funzione di deterrenza nei confronti dell’Unione Sovietica. Oggi, l’equilibrio di potenza tra le forze dello scacchiere internazionale è mutato: la rapida ascesa cinese ha man mano eroso l’unipolarismo americano, portando Washington ad abbracciare la politica del pivot to Asia e a rafforzare i legami con i tradizionali alleati nel Pacifico. Con un’Europa non al centro degli interessi strategici statunitensi, lo “scudo atlantico” di Londra viene ridimensionato.
 
Se, da un lato, Biden riprenderà la linea intransigente di Trump nei confronti di Pechino, Johnson dovrà invece ricucire le ferite con l’Unione Europea e definire un accordo commerciale con Washington, impedendo un’emorragia atlantica che sarebbe letale per Downing Street. Un accordo di libero scambio con la Casa Bianca, volto alla riduzione dei dazi e all’abolizione di tetti all’import di prodotti made in Usa, frutterebbe un introito pari allo 0,2% del Pil britannico in 15 anni, di fronte ad una perdita, generata dalla Brexit, stimata tra i 2 e l’8% nello stesso arco di tempo. Rinunciare all’opzione del no deal e accelerare i negoziati con Bruxelles appare, dunque, l’ipotesi più prudente sul tavolo del Premier britannico, anche alla luce della crisi economica scatenata dalla pandemia da Covid. Biden, che ha definito la Brexit un «errore storico» si è espresso in maniera favorevole rispetto ad un accordo tra Gran Bretagna ed Unione Europea e, rievocando le sue origini irlandesi, è arrivato a mettere in discussione il negoziato tra Londra e Washington qualora la Brexit dovesse intaccare il Good Friday Agreement del 1998, una risoluzione di pace tra Irlanda e Irlanda del Nord che attribuiva il diritto di autodeterminazione ad entrambe le popolazioni.
 
Nonostante la distanza sullo spettro politico tra il conservatorismo populista di Johnson, più vicino ideologicamente a Trump, e il socialismo democratico di Biden, non è da escludere che i due leader possano trovare una quadratura del cerchio attorno alle questioni di politica estera: Cina, Russia, Iran e NATO su tutte. D’altronde, la storia della special relationship non è fatta solo di binomi vincenti, sulla falsariga del duo Thatcher-Reagan, maggiori esponenti del neoliberismo economico, o Blair-Clinton, fautori della “terza via”, ma anche l’intesa Blair-Bush Jr., sebbene politicamente non affini, ha dato prova di una certa sintonia nella guerra al terrorismo. Pertanto, la componente personale, benché possa agevolare i dialoghi bilaterali, non è l’unica, soprattutto se si guarda all’attuale interdipendenza economica, cioè al volume degli scambi commerciali e investimenti tra Londra e Washington. Il sentore è che Johnson debba incassare silenziosamente l’apostrofe di “clone fisico ed emotivo di Trump” rivoltagli da Biden lo scorso dicembre, specialmente se intende assicurarsi l’appoggio internazionale della Casa Bianca, indispensabile per la strategia post-Brexit della “Global Britain”, annunciata nel 2017 da Theresa May: una visione di grandeur da parte di una nazione con interessi globali, a cui in questi giorni Johnson ha contribuito stanziando oltre 18 miliardi di euro di spesa aggiuntivi al settore della difesa, rispetto ad un budget già previsto di circa 46 miliardi per il solo 2020.
 
 Che sia un messaggio diretto a Washington nell’ambito della sicurezza atlantica? La possibilità, inoltre, che Biden possa ripartire da Berlino e Parigi, forze motrici dell’Unione Europea, nel piano di riavvicinamento a Bruxelles, mette ulteriormente in discussione l’eccezionalità di Londra nel Vecchio Continente. Quel che è certo è che il Premier britannico dovrà lavorare duro per mantenere la relazione “speciale”, abbracciando, tra le linee politiche, quella del multilateralismo, a cui gli Stati Uniti di Biden potranno tornare. In quest’ottica, il G7 e la Conferenza delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico, che il prossimo anno avranno sede a Londra, costituiranno ottime opportunità per la costruzione di un rapporto di fiducia con la nuova amministrazione democratica.
 
London Calling: anacronistica o no, la linea diretta anglo-americana, in questi giorni, può sembrar di tutto fuorché interrotta.

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Relazioni UE - Africa: a che punto siamo?

26/11/2020

 
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A cura di Angela D’Ambrosio
 
‘What happens in Africa matters for Europe, and what happens in Europe matters for Africa. Our partnership is an investment in our shared future. It is a partnership of equals in which we support each other, help each other to prosper and make the world a safer, more stable and more sustainable place to live.’.
Così il 27 Novembre 2017 Jean-Claude Juncker apriva il Summit tra Unione Africana ed Unione Europea tenutosi ad Abidjan, Costa D’Avorio.
 
Due attori diversi ma fondamentali, l’UE e l’Africa, che cooperano in numerosi settori da lungo tempo. A che punto siamo con la cooperazione tra i due? Cosa possiamo aspettarci dalla futura azione dell’UE nei confronti del continente africano?

Le relazioni UE -Africa sono regolate da due quadri di cooperazione, quali l’Accordo di Cotonou e la strategia comune Africa- UE, adottati rispettivamente nel 2000 e nel 2007. Il primo, l’Accordo di Cotonou, è il più ampio accordo esistente tra UE e paesi in via di sviluppo dell’area ACP (Africa, Caraibi, Pacifico) a cui aderiscono più di cento stati, di cui 48 subsahariani.

L’Accordo si propone quale obiettivo generale di eradicare la povertà integrando i paesi ACP nell’economia mondiale; in particolare, si basa su tre pilastri principali: cooperazione allo sviluppo, cooperazione nell’ambito di commercio e scambio e dimensione politica. Tale accordo sarebbe dovuto giungere ad un termine nel febbraio 2020, e il dialogo per stabilire la continuazione della cooperazione UE-ACP è iniziato già nel 2018. Tuttavia, con l’avvento della pandemia globale, membri hanno deciso di rinviare il termine dell’Accordo a Dicembre 2020.      

Il secondo, la strategia comune Africa- UE, ha come scopo quello di portare la relazione tra Africa ed Unione Europea ad un livello superiore, che guardi oltre le questioni meramente regionali per approdare con un approccio comune su sfide globali quali migrazione, cambiamento climatico, pace e sicurezza; inoltre, durante il quinto Summit UA-UE, il tema centrale è stato “investire nei giovani per un futuro sostenibile”, che definisce le priorità per il futuro della partnership tra Africa ed Unione Europea. Anche in questo caso, il sesto Summit UA-UE è stato rimandato al 2021 a causa della pandemia globale.
 
Ad oggi entrambi i quadri di cooperazione sopracitati sono oggetto di modifiche e riforme, volte a seguire le attuali sfide globali. In particolare, per l’Accordo di Cotonou viene proposta una nuova struttura che combini un accordo generale per la partnership UE-ACP, e tre partnership regionali (UE-Africa, UE- Caraibi, UE- Pacifico), in modo da offrire a singoli attori regionali uno spazio più ampio nel quadro generale della partnership.
 
Oltre a questi due quadri di cooperazione, tre strategie regionali e i dialoghi formali contribuiscono a completare le relazioni Africa-UE. Per poter rispondere ai quesiti posti inizialmente, oltre alle modifiche “tecniche” dei quadri di cooperazione, è di fondamentale importanza prendere in considerazione l’avvento del COVID-19 con la conseguente pandemia globale. Indubbiamente, la crisi globale non ha risparmiato le relazioni UE-Africa, imponendo uno stallo proprio nell’anno in cui sia la Strategia comune UA-UE che l’Accordo di Cotonou sarebbero stati protagonisti di grandi cambiamenti per la cooperazione futura.
 
Ad oggi, probabilmente, molte delle proposte di modifica di entrambi i quadri di cooperazione potrebbero essere ritenuti addirittura obsoleti, visti i cambiamenti radicali che la crisi globale arrecherà e sui quali non è ancora possibile effettuare un’analisi chiara. Certamente, l’avvento del COVID-19 e la crisi da esso scaturita ha messo in risalto quali sono gli ambiti su cui la futura cooperazione, in questo caso specifico tra Africa ed Unione Europea, dovrebbe incentrarsi.
 
Due punti distinti ma pur sempre connessi tra loro sembrano spiccare fra tutti: il supporto da parte dell’UE all’economia africana e l’apertura ad uno stile di vita che sia in ogni aspetto sostenibile, in entrambi i continenti.
 
Per quanto riguarda il primo punto, pur essendo l’Europa, in termini numerici, colpita maggiormente dal COVID-19 rispetto all’Africa, le conseguenze che il continente africano sta affrontando e continuerà a dover affrontare in futuro sono enormi in termini di commercio sia locale che di partecipazione all’economia globale. In questo contesto, restando l’Europa il più grande finanziatore nel continente africano, il piano di aiuti economici potrebbe dover spostare il focus dai grandi investimenti al supporto delle piccole economie locali, per far ripartire in modo equilibrato l’economia africana aiutandola poi a reinserirsi, finalmente, in un contesto globale e non più, stavolta, come semplice recipiente di aiuti.
 
In secondo luogo, nei mesi in cui il mondo quasi intero ha dovuto porre un freno ai suoi frenetici ritmi con l’imposizione dei vari lockdown, il pianeta Terra ha mostrato la sua incredibile capacità di rigenerarsi e rimediare, in alcuni casi, agli errori commessi dall’essere umano inghiottito dalla globalizzazione.
L’Unione Europea, in linea con l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, ha adottato il Green Deal europeo, il cui obiettivo è di essere “il primo continente a impatto climatico zero”.
 
Sarebbe ideale, se non addirittura necessario, che l’UE collaborasse con l’Africa in modo da stimolare, proprio nel contesto di sostegno alle economie locali, lo sviluppo di una produzione ed un’economia sostenibile, seguendo la scia del trend globale che ormai impone, con i cambiamenti climatici e l’impatto delle emissioni sul nostro pianeta, di stipulare e rispettare tutti un “green deal” su scala mondiale. In generale quindi, il futuro delle relazioni UE-Africa sembra dover uscire dagli schemi Nord- Sud e donatore-ricevente, cercando di dare vita ad una partnership molto più in sintonia con il contesto globale, pur dando priorità allo sviluppo locale.
 
Tuttavia, nella prima fase della pandemia, quando questa ha investito l’Italia prima e il resto dei paesi europei poi, l’Unione Europea ha mostrato nuovamente, dopo la crisi migratoria del 2015, mancanza di solidarietà e cooperazione tra gli Stati Membri, pur essendo questi principi fondanti dell’UE.
 
Resta da vedere quindi se l’Europa, ancora travolta dall’attuale crisi, riesca effettivamente a portare avanti una cooperazione efficiente con il continente Africano dopo la fine della pandemia, tenendo in considerazione anche l’ancora tristemente presente problema della mancanza di un sistema di regolazione dei flussi migratori dall’Africa all’Europa.

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Il Grande Gioco di Mosca: la nuova Proxy War Strategy russa e il mercato per le Forze di Sicurezza Private

20/11/2020

 
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a cura di Lorenzo Cozzi
 
 
Gli ultimi decenni hanno visto la nascita e l’impiego sempre maggiore delle forze di sicurezza private nella Federazione Russa di Vladimir Putin. Il loro utilizzo si è osservato anche in altri paesi, ma il Cremlino le ha impiegate in un modo peculiare. Per comprendere questo fenomeno occorre contestualizzarlo nel particolare momento storico vissuto dalla Federazione negli anni ’90.
 
La debole amministrazione di Boris Eltsin e la tensione sociale scaturita dalla prima guerra cecena (per certi versi molto simile alla guerra in Afghanistan ‘79-’89) portarono alla costruzione, nell’immaginario popolare, di una Federazione Russa debole, lontana anni luce dagli antichi fasti dell’Unione Sovietica. Centinaia di migliaia dei militari dell’ex-esercito Sovietico vennero abbandonati a loro stessi dallo Stato con la insoddisfacente, ma probabilmente imprescindibile, riforma delle Forze Armate del 1993, così come venne abbandonata qualsiasi intenzione di plasmare una efficace strategia estera. Il passaggio da una ideologia forte come quella dello stato sovietico al totale disfacimento del sentimento di unità nazionale portò la Federazione sull’orlo del baratro.
 
Con il nuovo millennio la neonata Federazione Russa visse un periodo di graduale ricostruzione economica e soprattutto strategica, in un modo tale da essere funzionale al mantenimento e all’espansione dei settori economici che rivestono i suoi maggiori punti di forza: l’esportazione di armi e di energia. Nel primo decennio fu evidente che l’imponente eccesso di ex-militari non poteva che essere assorbito da organizzazioni private e proprio per questo motivo in quel periodo, grazie ad una serie di legislazioni ad-hoc promosse da Putin, la miriade di più o meno piccole Private Military Companies (PMCs), che nel frattempo erano nate nel decennio di presidenza Eltsin, vennero inquadrate come servizi di sicurezza all’interno di grandi conglomerati privati, talvolta fondendoli direttamente con questi (come nei casi dei colossi energetici Gazprom e Transneft). Inoltre i grandi centri di produzione ed esportazione di armi, come Rosboronexport, vennero rinsaldati nelle mani del Cremlino sempre tramite decreti specifici.
 
Questa parentesi di ricostruzione durata vent’anni, insieme allo spartiacque dell’invasione russa della Georgia nel 2008, che cancellò ogni illusione di un possibile futuro di stretta collaborazione con i paesi NATO, avviarono il Cremlino verso quello che si può definire come il periodo denotativo di una Russia tornata potenza regionale a tutti gli effetti. Proprio da quel momento, e in modo decisamente evidente, il Cremlino riprese da dove aveva lasciato la grande strategia squisitamente realista à la Yevgeny Primakov. L’espansione dell’influenza russa verso il Medio Oriente e l’Africa orientale tornarono ad essere una priorità. L’esportazione energetica e di armi, la ricerca di nuovi centri ricchi di risorse naturali, lo stringere nuovi accordi diplomatici e commerciali tramite proposte aggressivamente vantaggiose diventarono l’interesse principale russo, perfezionando in un modo probabilmente inatteso le teorie di Primakov.
 
La strategia “primakoviana” di espansione dell’influenza russa diventò particolarmente evidente a partire dal 2014 e portò conseguentemente alla necessità dell’esportazione di (in)stabilità nei paesi di interesse maggiormente sensibile. Ai tempi, in modo poco lungimirante, era stato il turno dell’Afghanistan, mentre oggi l’interesse ricade su Libia, Madagascar, Repubblica Centro Africana, Sudan, Siria, Ucraina e Venezuela, aree dall’importanza geopolitica innegabile.
 
Memore dell’esperienza sovietica e grazie alle premesse fin qua citate, il Cremlino ora è in grado di impiegare in modo estremamente sapiente tutte le sue risorse e cogliere le necessità dello stato, prima fra tutte l’imprescindibilità della deniability. Nel mondo del terzo millennio ogni azione violenta (fisica o virtuale) svolta da una nazione verso uno stato sovrano terzo deve essere giustificabile, o ancora meglio negabile. A questo scopo, giocano a favore tutte quelle risorse militari non inquadrate direttamente nelle forze armate statali di cui la Federazione Russa dispone. Questi gruppi, che in precedenza avevano svolto solo compiti di sicurezza privata o al più di addestramento come per l’esempio della compagnia Blackwater, dal 2014 sembrano essere stati completamente fatti confluire in un unico gruppo, ormai diventato sinonimo del potere di questa nuova macchina russa: Wagner Group.
 
A partire dall’invasione della Crimea e del Donbass, questa risorsa viene impiegata all’interno della nuova Proxy War Strategy russa: attacchi informatici, addestramento di miliziani, partecipazione a guerre civili e offensive militari su larga scala, la cui responsabilità necessiti di essere completamente slegata dal controllo dell’autorità centrale, vengono interamente affidati a gruppi privati. Il Wagner Group costituisce un esempio a se stante in tutto l’universo delle PMCs.
 
Se nei conflitti contemporanei il “mercenario” è ormai diventato un concetto quasi privo del suo precedente significato, essendo i contractors solitamente affidati alla protezione di luoghi o soggetti sensibili, il nuovo esempio russo riporta questa figura al suo significato originario, relativo a una forza combattente privata sebbene con delle specifiche peculiarità. Questa PMC infatti non è composta da soggetti interessati precipuamente a “ottenere un profitto personale”, ma da combattenti interessati più al risvolto ideologico, sapientemente risvegliato e indirizzato dal regime putiniano, della creazione di un nuovo forte Stato Russo. Senza dubbio anche il fattore economico non è trascurabile, essendo il compenso medio nettamente più alto di quello di un regolare soldato, ma c’è da dire che il bacino di provenienza dei membri del Gruppo Wagner è interamente da ricercarsi nelle unità d’élite dell’esercito russo e che questo gruppo viene utilizzato nella stragrande maggioranza dei casi per svolgere compiti estremamente rischiosi, neanche lontanamente paragonabili a quelli svolti dagli omologhi statunitensi o di altri paesi.
 
L’aspetto notevole della creazione di questa rinnovata strategia è l’aver fatto confluire al suo interno proprio quegli elementi che in altre realtà vengono scartati e posti ai margini della società, dandovi qui nuova vita e un nuovo utilizzo per i piani di Mosca. Per il momento, sia sul fronte di stabilità interna che di efficacia sul fronte estero, questa può dirsi una strategia nazionale decisamente riuscita.

il_grande_gioco_di_mosca_la_nuova_proxy_war_strategy_russa_e_il_mercato_per_le_forze_di_sicurezza_private__csi_bulletin_2020_.pdf
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Nuovi scontri nella regione del Tigray in Etiopia: il rischio di una guerra civile

14/11/2020

 
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a cura di Benedetta Lorenzale
 
 
L’attuale situazione in Etiopia sta lentamente peggiorando nella regione del Tigray, al nord del paese e al confine con l’Eritrea. I rapporti tra lo Stato federale e la regione tigrina sono andati deteriorandosi già da settembre: ad oggi, la situazione di totale allerta rischia di aggravarsi e di portare ad una guerra civile nel paese.
 
L’Etiopia, è definita “un mosaico di etnie”, con circa 100 milioni di abitanti è un paese da sempre caratterizzato dalla convivenza di più di 80 gruppi etnici diversi. I maggiori sono: gli Oromo, gli Amhara, i Somali ed infine i Tigrini. Questi ultimi, pur rappresentando unicamente il 6% della totale popolazione in Etiopia hanno da sempre dominato la scena politica del paese. È infatti a loro e al partito che li guida, il TPLF (Fronte di liberazione popolare del Tigray) che va attribuito l’inizio del processo di transizione federale e democratica che, a partire dal 1991 dopo la sconfitta da parte di questi del regime militare di stampo marxista: DERG, ha caratterizzato la politica del paese fino ad oggi.
 
I rapporti tra il governo federale - con a capo Abiy Amhed Primo Ministro del paese e vincitore del Premio Nobel per la Pace nel 2019 - e la regione del Tigray si sono deteriorati da settembre.
 
Il governo federale ha infatti deciso di posticipare le elezioni nazionali che, secondo l’art. 58 della Costituzione Etiope, si sarebbero dovute svolgere entro ottobre 2020. La posticipazione delle elezioni, dovuta alla pandemia da COVID-19, ha portato la regione del Tigray a rifiutare l’estensione del mandato e ad indire le nuove elezioni regionali che si sono tenute il 9 settembre scorso.
 
In merito alla scelta tigrina di procedere autonomamente a livello regionale, si sono pronunciati a livello federale sia la camera alta del Parlamento etiope (House of Federation), dichiarando le elezioni nulle e prive di validità,  sia il Primo Ministro, definendo le elezioni “Shanty Elections” (elezioni baracca). In una situazione già in bilico il risultato elettorale, probabilmente scontato, ha portato alla vittoria definitiva del TPLF, il partito di maggioranza e più carismatico all’interno della regione, con un 98% di voti consensuali. Al partito spettano dunque 152 seggi all’interno dell’Assemblea regionale mentre all’opposizione resta unicamente la suddivisione di 38 seggi.
 
Questo segna uno straordinario dominio dei tigrini a livello locale. Il TPLF inoltre, era stato il partito centrale e dominante a livello nazionale all’interno della coalizione EPRDF già dalle prime elezioni nel 1995 rimasto al governo fino all’ascesa del nuovo Primo Ministro di etnia Oromo: Abiy Amhed. Quest’ultimo, ha segnato la fine di un periodo di centralizzazione politica nelle mani del TPLF e la fine della guida tigrina del paese. Abiy ha inoltre iniziato un processo di apertura del paese, attraverso riforme volte all’inclusione delle minoranze marginalizzate e al superamento del modello “ethnic-based” che ha da sempre indirizzato il paese verso scontri tra le varie minoranze ed etnie. Tutto questo ha però portato alla marginalizzazione del TPLF dalla sfera governativa ed al peggioramento dei rapporti tra quest’ultimo e il governo federale.
 
Dopo l’esito delle “Shanty Elections” la situazione tra il governo e la regione sono peggiorate. Ad inizio novembre, dopo diversi scontri nella regione Oromia - Welega, il Presiedente della regione Shimelis Abdissa ha accusato il TPLF di aver eseguito una serie di attacchi terroristici contro la popolazione civile e ha invitato il governo a prendere le giuste misure precauzionali.
 
Nella notte tra il 3 ed il 4 novembre sono iniziate le prime operazioni militari nella regione a seguito di un attacco mortale da parte del partito al governo del Tigray  verso una caserma militare federale. A seguito di quanto accaduto, il governo centrale ha dunque deciso di dichiarare lo stato di emergenza nella regione per sei mesi. L’escalation di violenza è peggiorata ed i toni usati dal Primo Ministro e dal Presidente della regione del Tigray, Debretsion Gebremichael, sono duri e bellicosi.
Quest’ultimo ha infatti affermato che “se la guerra è imminente, siamo pronti non solo a resistere, ma a vincere”.
 Nella rassegna stampa del 4 novembre scorso, Abiy ha annunciato che “le forze di difesa etiopi, hanno il compito si salvare il paese da un governo regionale accusato di aver oltrepassato una “linea rossa” e quindi di tradimento”.
 
Il Primo Ministro ha annunciato il 6 novembre la fine del “primo round” di operazioni militari nella regione che, nel mentre, sono deteriorate in attacchi aerei contro depositi di armi. Abiy ha anche affermato che l'offensiva in diverse zone della capitale regionale, Mekele, "ha completamente distrutto razzi e altre armi pesanti" al fine di rendere impossibile qualsiasi attacco di rappresaglia. Il 7 novembre inoltre, Abyi ha ottenuto i poteri necessari dal parlamento etiope per poter sostituire i leader all’interno dell’Assemblea Regionale del Tigray, che secondo il governo federale sono attualmente al potere in modo illegale e senza alcuna base costituzionale. Infine, l’8 novembre il Primo Ministro ha parlato della la precaria situazione alla comunità internazionale, annunciando che “per più di due anni, il governo federale ha optato per la massima moderazione, anche se è stato criticato dai cittadini, anche dal parlamento federale, per non prendere più misure per arrestare i fuggitivi dalla legge che erano in generale nella regione del Tigray”.
 
La paura di una guerra civile e di una possibile secessione del Tigray dalla Repubblica Federale Etiope ad oggi è sotto gli occhi di enti internazionali come l’African Union, le Nazioni Unite e dell’intera comunità internazionale. In merito, si è espresso il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, allarmato per la situazione gravosa nella regione e annunciando che “la stabilità dell’Etiopia è importante per tutto il Corno d’Africa”, invitando le parti in conflitto ad una “de – escalation” di violenza in Tigray e ad una risoluzione pacifica del conflitto.
 
 La Costituzione Etiope del 1994 sancisce infatti, all’art. 39 il diritto di autodeterminazione della popolazione etiope che comprende il diritto di secessione dalla federazione. La possibile secessione del Tigray porterebbe ad un effetto deteriorante dello stato etiope e ad una reazione a catena da parte di altri stati regionali che non si sentono effettivamente parte integrante della politica del paese.

Bibliografia
 
  •  Yusuf, Semir, “COVID-19 and political stability in Ethiopia”, Institute for Security Studies, 19 maggio 2020. Disponibile all'indirizzo: https://issafrica.org/research/policy-brief/covid-19-and-political-stability-in-ethiopia.
  • Fisher, Johnatan, Gebrewahd, Meressa Tsehaye, “‘Game over’? Abiy Ahmed, the Tigrayan People’s Liberation Front and Ethiopia’s political crisis, African Affairs, gennaio 2019, Vol. 118(470), pp. 194-206. Disponibile all'indirizzo: https://academic.oup.com/afraf/article/118/470/194/5244096.
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Hong Kong sempre più stretta nella morsa di Pechino: perché l’arresto di Joshua Wong è una questione puramente politica

15/10/2020

 
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a cura di Irene Ferri
 
 
Il 24 settembre Joshua Wong, il 23enne volto delle proteste pro-democrazia di Hong Kong, è stato arrestato e, solamente poche ore dopo, rilasciato su cauzione. Le accuse a lui rivolte riguardano la partecipazione a una manifestazione non autorizzata tenutasi il 5 ottobre 2019 e la violazione della legge che vieta di indossare maschere che impediscono il riconoscimento di chi prende parte a manifestazioni e proteste.
 
Non è la prima volta che Wong viene arrestato dalle autorità di Hong Kong. Il giovane attivista ormai da anni si batte per denunciare e cercare di ridurre la sempre maggiore interferenza della leadership di Pechino negli affari interni dell’ex colonia britannica e ha dato vita a una vera e propria lotta contro la mainland China, al fine di difendere il principio “un Paese, due sistemi” che regola i rapporti tra Pechino e Hong Kong dal 1997. Ad oggi il rispetto di tale principio, che ha sempre garantito a Hong Kong maggiori libertà civili e una più ampia libertà di espressione rispetto al resto della Cina continentale, è posto sotto minaccia, in particolare da quando lo scorso giugno il governo di Pechino ha ufficialmente imposto a Hong Kong l’adozione della Legge sulla sicurezza nazionale che dà alla leadership cinese la possibilità di stringere ulteriormente la propria morsa attorno alla regione amministrativa speciale.
 
La nuova legge criminalizza qualsiasi atto di secessione, sovversione, terrorismo e collusione con forze esterne, nella cui definizione essa fa rientrare un vasto numero di reati tra cui figurano anche danni al trasporto pubblico e distruzione di strutture pubbliche. Si stima che dal mese di giugno, in virtù della neo adottata legge, siano stati arrestati quasi 300 attivisti, in particolare in seguito alle proteste dovute alla decisione dell’attuale esecutivo di Hong Kong di posticipare di un anno le elezioni per l’Assemblea legislativa, dalle quali Joshua Wong era stato escluso come candidato.
 
L’imposizione della legge sulla sicurezza nazionale ha spinto Joshua Wong a sciogliere Demosistō, il movimento pro-democrazia che egli ha fondato insieme agli studenti attivisti Nathan Law, Agnes Chow e Jeffrey Ngo. Con la nuova legge, infatti, la presa di posizione da parte del movimento avrebbe quasi certamente portato i suoi membri a dover affrontare conseguenze penali e la situazione sarebbe diventata troppo pericolosa.
 
Il recente arresto di Wong è un ulteriore duro colpo per gli Hong Kongers. L’arresto sembra avere un carattere e un movente puramente politici e ne sono una testimonianza le accuse che sono state rivolte all’attivista e le tempistiche dell’arresto. Le accuse confermano la pressione giudiziaria a cui Wong è sottoposto e numerosi suoi sostenitori ne mettono in discussione l’attendibilità. L’accusa di aver violato la legge draconiana contro l’uso delle maschere che renderebbero impossibile il riconoscimento dei manifestanti giunge, infatti, dopo che la Corte d’appello nel mese di aprile ha determinato l’incostituzionalità di tale legge. La Corte ha stabilito che il divieto di indossare mascherine può essere valido solamente in caso di proteste violenti e non autorizzate, mentre in caso di proteste o manifestazioni pacifiche è difficile trovare una giustificazione per imporre una restrizione alla possibilità di manifestare liberamente, come può essere il divieto di indossare qualcosa che copra il volto. La decisione della Corte ha, tuttavia, creato non poca confusione e numerosi attivisti e parlamentari pro-democrazia hanno chiesto l’abrogazione definitiva della legge in questione. 
 
Dopo la prima udienza che lo ha visto protagonista, tenutasi il 30 settembre, sono state confermate entrambe le accuse a carico del 23enne, compresa la violazione della Legge anti-maschere. Egli non è per ora sottoposto ad alcuna pena detentiva, ma la Corte ha accolto la richiesta dell’accusa di impedirgli di lasciare la città.
 
La prossima udienza si terrà il 18 dicembre, dopo che la Corte Suprema nel mese di novembre sarà chiamata a emettere una sentenza definitiva sulla costituzionalità della sopracitata Legge in vigore dall’ottobre 2019, quando la governatrice Carrie Lam ha invocato lo stato di emergenza. Qualora la Corte dovesse pronunciarsi a favore dell’incostituzionalità di tale legge, una delle accuse a carico di Wong cadrebbe.
 
Sottolineando il carattere politico del suo ultimo arresto, da cui non si è lasciato intimidire, il giovane attivista, attraverso una serie di tweet, ha sfruttato quanto accaduto per chiedere nuovamente alla comunità internazionale di non chiudere gli occhi di fronte alla difficile situazione di Hong Kong e ha rinnovato la richiesta di supporto alla lotta per la democrazia nell’ex colonia britannica.
 
Le reazioni a livello internazionale questa volta non si sono fatte attendere. L’Unione Europea ha rilasciato una nota in cui condanna l’arresto dell’attivista 23enne e ribadisce il proprio appoggio al principio “un Paese, due sistemi” che prevede la presenza di un sistema giudiziario indipendente, privo di qualsiasi forma di influenza politica. L’UE, inoltre, ha sottolineato che l’atteggiamento della leadership cinese nei confronti di Hong Kong mette seriamente in discussione la volontà della Cina di portare a compimento i propri impegni internazionali, soprattutto a livello di tutela dei diritti umani, e mina le relazioni pacifiche tra Pechino e Bruxelles.
 
Lo stesso Joshua Wong, che attraverso il suo profilo Twitter ha raccontato nei dettagli quanto accadutogli, ha evidenziato come il momento dell’arresto, il rilascio su cauzione e la data della prima udienza siano state tutt’altro che casuali. L’intera vicenda ha avuto luogo solamente pochi giorni prima della festa nazionale che celebra il settantunesimo anniversario della nascita della Repubblica Popolare Cinese, fondata da Mao Zedong il 1° ottobre 1949. L’arresto di Wong sembrava, quindi, voler fungere da deterrente per nuove manifestazioni poco pacifiche che gli attivisti avrebbero potuto organizzare in tale occasione.
 
Lo scorso anno i festeggiamenti di Pechino erano stati oscurati sui media internazionali dalle proteste degli Hong Kongers e quest’anno la leadership cinese sembrava fermamente intenzionata a evitare che quanto accaduto nel 2019 potesse ripetersi. Al raggiungimento di tale scopo ha contribuito l’importante dispiegamento di forze di polizia che per tutta la giornata di festa nazionale hanno pattugliato le strade dell’ex colonia britannica. La polizia si è dovuta comunque scontrare con gruppi di attivisti, tra cui lo stesso Joshua Wong, che non si sono lasciati intimidire e, al grido di “It’s China’s national day but this is Hong Kong’s death day”, hanno sfidato il divieto di protesta dando vita a piccole manifestazioni non autorizzate. In seguito agli scontri, in virtù della Legge sulla sicurezza nazionale, ci sono state decine di arresti che, tuttavia, non scoraggiano gli attivisti, i quali hanno annunciato che non si arrenderanno e che continueranno a lottare per tutelare libertà e diritti civili a Hong Kong.
 
 
 
Bibliografia
  •  ISPI Daily Focus, “Il buio su Hong Kong”. ISPI, 24 settembre 2020. Disponibile all’indirizzo: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/il-buio-su-hong-kong-27585.
 
  • “Hong Kong National Security Law”. China Daily, giugno 2020. Disponibile all’indirizzo: https://www.chinadaily.com.cn/a/202007/01/WS5efbd6f5a310834817256495.html.
 
  • ISPI Daily Focus, “Hong Kong, ultimo atto”. ISPI, 30 giugno 2020. Disponibile all’indirizzo: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/hong-kong-ultimo-atto-26785.
 
  • Alvin Y. So, “One Country, Two Systems” and Hong Kong-China National Integration: a Crisis-Transformation Perspective, Journal of Contemporary Asia, 2011.
hong_kong_sempre_più_stretta_nella_morsa_di_pechino_perché_l’arresto_di_joshua_wong_è_una_questione_puramente_politica__csi_bulletin_2020_.pdf
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Nagorno-Karabakh: la nuova guerra dei trent’anni

6/10/2020

 
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a cura di Mario Ghioldi
 
 
La parola Nagorno, seguendo l’etimologia russa, significa “montagna”, viceversa Karabakh è un termine di origine turco/persiana che richiama l’idea di un “giardino nero”. Il nome Nagorno-Karabakh può essere il più eclatante simbolo di come una zona montuosa, crocevia degli oleodotti che riforniscono i principali mercati mondiali, sia l’incontro e soprattutto lo scontro di culture e di modi di vivere differenti, in particolare quello azero e quello armeno.
 
L’ escalation di fine settembre all’interno dell’enclave armena situata nel territorio azero non è solamente l’ennesimo episodio di una moderna “guerra dei trent’anni”, apparentemente dimenticata dalle potenze regionali e globali, ma potrebbe anche significare il cambiamento degli equilibri geopolitici nella regione caucasica.
 
Le ragioni del conflitto temporalmente più lungo all’interno della zona post sovietica dalla fine della Guerra Fredda, devono essere ricercate proprio agli albori della storia dell’URSS. Nel 1921, Stalin incluse la regione del Nagorno- Karabakh, abitata in prevalenza dagli armeni, all’interno della Repubblica Sovietica dell’Azerbaigian, senza tener conto delle differenze culturali delle popolazioni coinvolte. In un mondo completamente differente, agli inizi degli anni novanta, la dissoluzione dell’Unione Sovietica ha causato un aumento esponenziale delle tensioni tra le parti. Di fatti, gli armeni dell’area, attraverso un referendum boicottato dalla stessa Baku, dichiararono l’indipendenza nei confronti dello stato centrale. In breve tempo, i contrasti sono sfociati in un vero e proprio conflitto, nel quale Yerevan ha sostenuto apertamente i separatisti con l’obiettivo di controllare la regione.
 
Lo scontro iniziato nel 1991, oltre a causare 30.000 morti, ha generato un pericoloso stallo, nel quale differenti potenze globali hanno cercato di mediare tra le parti in causa. Anzitutto, dallo scoppio del conflitto, il Nagorno-Karabakh si definisce uno stato indipendente denominato Repubblica dell'Artsakh, la cui capitale è Stepanakert, maggiore centro abitato della regione. Tuttavia, tale stato non è riconosciuto a livello internazionale, nemmeno dallo stessa Yerevan. In secondo luogo, al cessate il fuoco del 1994, raggiunto attraverso la mediazione di francesi, statunitensi e russi (riuniti appositamente nel c.d. Gruppo di Minsk), non è seguito nessun significativo progresso nonostante gli sforzi dell’OSCE. Le frizioni nell’aprile 2016 (la “Guerra dei quattro giorni”) in cui morirono circa 200 persone sono state un chiaro segnale dell’instabilità nell’area.
 
Gli scontri iniziati nell’ultima settimana di settembre sono legati alle schermaglie avvenute nel luglio dello stesso anno e mostrano diversi aspetti preoccupanti. Di fatti, oltre ad essere la peggior escalation dal 2016, come confermato dalla mobilitazione dei riservisti e dalla proclamazione della legge marziale sia da parte di Baku che di Yerevan, il conflitto potrebbe non essere più circoscritto come in precedenza.
 
In particolar modo, il governo turco starebbe assumendo un ruolo più attivo all’interno dei contrasti tra i due attori. Ciò non sarebbe solamente confermato dalle dichiarazioni armene che denunciano l’arrivo di mercenari turchi in aiuto dell’Azerbaigian, ma anche dalle stesse affermazioni di Erdogan nei confronti di Yerevan. Ankara infatti ha espresso il proprio appoggio a Baku, sottolineando come l’Armenia sia “una seria minaccia per la pace nella regione caucasica”. In tale contesto, gli azeri, forti sia dell’appoggio turco che della loro supremazia economico/militare nei confronti degli armeni, potrebbero essere stimolati a cambiare l’attuale status quo. Inoltre, l’odierno disimpegno statunitense potrebbe ulteriormente spronare gli azeri ad agire nei confronti dei propri rivali.
 
Di fronte a ciò, un ruolo chiave sarebbe assunto dall’altro grande attore coinvolto nella regione caucasica, la Russia. Se da una parte Putin è uno storico alleato militare dell’Armenia, come dimostra l’alleanza della Collective Security Treaty Organization (CSTO), raggruppante tutte le repubbliche ex sovietiche ancora vicine al Cremlino, dall’altra il presidente russo è legato economicamente all’Azerbaigian. Per tale motivo, Mosca non solo vorrebbe mitigare il conflitto tra i due paesi, ma preferirebbe non avere ulteriori frizioni con Ankara considerando il fragile equilibrio raggiunto con Erdogan in altre aree globali. In tale situazione, di fronte ad una Washington maggiormente occupata alle elezioni presidenziali, Putin potrebbe avere come alleato l’Unione Europea, che tramite il proprio Presidente del Consiglio Michel ha espresso viva preoccupazione per l’attuale escalation.
 
L’attuale posizione di Mosca, costretta a destreggiarsi tra due alleati per evitare il conflitto, è l’arma diplomatica più efficace che Yerevan ha a disposizione. L’Armenia, molto più debole militarmente del rivale azero, è consapevole di come il Cremlino avrebbe tutto da perdere in un eventuale scontro fra i due parner. Il simbolo della protezione russa nei confronti degli armeni è dato dal citato Collective Security Treaty Organization, considerata come una NATO Sovietica in quanto contenente un meccanismo di difesa collettiva (e quindi con un alto grado di deterrenza) simile a quello del Patto Atlantico.
 
In uno scenario che appare molto piu instabile rispetto gli anni scorsi, è quindi Mosca a ricoprire il ruolo di maggior rilevanza. Putin di fatti dovrà essere abile sia a mantenere il fragile equilibrio raggiunto con Ankara, che scongiurare un conflitto tra i suoi partner nel proprio “giardino (nero)”.

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Il conflitto tra strategie globali e sistemi di valore costituzionali. Osservazioni introduttive per un cambiamento necessario del global-model”

29/9/2020

 
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A cura di Alessandra Mozzi, tratto dal CSI Review n.1

1. Global-democracy: dove eravamo rimasti?

Fin dal primo incontro con ciò che generalmente viene identificato come globalizzazione, probabilmente si percepisce già che, proprio come accade con tutti gli incontri particolarmente interessanti, la sua portata non finirà di stupire, facendo continuamente vacillare ogni conoscenza “certa” che col passare del tempo si fosse creduta acquisita.
A dire il vero, di fronte ad un argomento come quello del c. d. “movimento globalizzante” la parola “certezza” è a maggior ragione fuori luogo: a partire dal dato per cui è difficile trovarne una definizione certa e univoca per tutti (essendone pressoché infinite piuttosto le “interpretazioni”)[1], fino ad arrivare alle dispute tuttora esistenti sulla esatta collocazione spazio-temporale del fenomeno nella sua dimensione ufficialmente riconosciuta (ovvero, da quando effettivamente le dinamiche globali/globalizzanti sono penetrate all’interno dei contesti politico-istituzionali, essendo già in parte operative invece nei contesti sociale ed economico)[2].
Le difficoltà che si presentano già dalla fase di impostazione dello studio in argomento non possono tuttavia distogliere l’analista curioso dalle infinite riflessioni che il tema stesso suscita, semmai anzi ne alimentano gli interrogativi, soprattutto con riferimento a realtà già consolidate, ossia se si entri all’interno del contesto “tipico” in cui da oramai più di tre secoli l’uomo si trova a vivere: gli Stati-Nazione, o plurinazionali.
Sorti quali emblemi dell’età moderna dalle ceneri degli antichi imperi, poi divenuti Stati “assoluti” prima dell’età dei Lumi, e infine, una volta inseritisi nel cammino “liberale” attraverso la rivoluzione industriale e quelle politiche americana e francese, sono stati definiti come “costituzionali” grazie al trionfo dei diritti fondamentali borghesi e dello schema della divisione (rigida o morbida) dei poteri dello Stato.
Il cammino verso la definitiva “costituzionalizzazione”, appena indicato  a grandi linee e percorso da quasi tutti gli Stati appartenenti alla tradizione “liberal-democratica” (di matrice europea o comunque fortemente vincolata nei presupposti socioculturali alla c.d. “parte occidentale” del mondo), ha in realtà a lungo ispirato l’origine di diverse correnti di pensiero secondo le quali sarebbe stato possibile, nonché necessario, “esportare”  questo modello costituzionale sottostante alle diverse varianti concretamente realizzate per applicarlo  ovunque una stessa “evoluzione” storico-politica come quella vissuta dagli ordinamenti liberali e poi liberal-democratici non avrebbe potuto avere spontaneamente luogo, in mancanza di idonee condizioni storiche, economiche, politiche e sociali .
Questo modello, nelle sue applicazioni e negli arricchimenti, ha dato corpo e significato ad una sorta di “mito democratico”, che ha animato gran parte della storia recente (a partire dalla fine della II Guerra Mondiale, cui ha sicuramente contribuito la nascita delle Nazioni Unite, e, rimasto “congelato” durante la Guerra Fredda, ha ripreso il suo cammino teorico e pratico dopo la caduta del muro di Berlino), ma ha anche costituito una fonte di problemi  e difficoltà in diversi contesti nazionali, non adeguatamente (o meglio, culturalmente[3]) preparati a compiere un simile “salto in avanti”.
La diffusione e l’implementazione dei modelli liberaldemocratici nel mondo, sia stata essa forzatamente introdotta o spontaneamente avvenuta per opera degli stessi ordinamenti che via via vi aderivano, si può quindi definire come un esperimento di “globalizzazione” tentato all’interno delle dimensioni statali,  intendendo quest’ultima quale processo di “adeguamento progressivo” dei sistemi costituzionali ad una comune linea istituzionale in ogni caso come vigente in gran parte degli Stati del mondo[4]. Nonostante che gli esiti di questi interventi si siano rivelati spesso problematici, per non dire ― in certi casi ― completamente “deludenti”[5] , questo non ha fermato lo spirito rinnovatore introdotto nell’ambito degli stessi sistemi con tali adeguamenti, i quali anzi, attraverso dinamiche sempre più incalzanti, hanno accelerato i processi di conversione degli ordinamenti giuridici interessati in ordinamenti secondo  canoni di “apertura democratica”, stavolta però pre-formati per essere applicati direttamente su scala globale.
Le ulteriori “forzature” effettuate a partire da un modello costituzional-liberale tipicamente “interno” hanno probabilmente provocato conseguenze di maggiore rilievo proprio nei confronti di quegli Stati che erano già democraticamente caratterizzati, almeno sul piano politico-istituzionale, i quali si trovano adesso a confrontarsi con un nuovo modello globale di democrazia, dai tratti difficilmente decifrabili tramite i tradizionali strumenti del costituzionalismo.
 
2. Termini e motivazioni di un (im)possibile confronto
 
Perché tuttavia accostare la globalizzazione (fenomeno tipico del mondo dell’economia) con la democrazia (inquadrata semplicisticamente come “forma di Stato”)? I due campi ― l’uno riguardante principalmente quelle dinamiche macroeconomiche di carattere “integrativo” nutrite soprattutto da sviluppo tecnologico, liberalizzazioni degli scambi e processi di cooperazione internazionale,  l’altro invece relativo ad un genere dei rapporti tra lo Stato e i suoi cittadini che implica il rispetto, da parte del degli organi del primo delle garanzie costituzionali che si sostanziano nel riconoscimento ai secondi dei diritti fondamentali ― sembrano apparentemente lontani tra loro.
Eppure le due dimensioni (economica e politico-istituzionale) presentano, anche così semplicisticamente descritte, un elemento che le rende simili: entrambi infatti, pur agendo (almeno all’inizio) su ordini di interessi differentemente percepiti e regolati, hanno ad oggetto un tipo di relazione, o meglio sviluppano una precisa idea di relazionalità, che si genera entro l’ordine/gli ordini, come anteriormente concepiti.
Mentre però, nello specifico, la globalizzazione si concreta in una miriade di relazioni che possono svolgersi anche contemporaneamente, o addirittura di attività di relazione provenienti da “non-luoghi” e diretti in “non-spazi” volte ad azzerare quasi del tutto i tempi occorrenti per produrre effetti, la democrazia invece è profondamente legata, anzi inscindibilmente connessa, ad un tipo di rapporto (quello rappresentativo, ma anche diretto) costante e orientato a durare per un tempo determinato se intende produrre risultati utili, ossia decisioni appunto politiche e si sviluppa solo all’interno di una comunità idealmente pluralista, ma coesa. Allora, potrebbe dirsi che, se la democrazia, nata nell’arcaico ambiente della polis, disegna coerentemente il tipo di rapporti possibili entro la comunità cittadina e poi statale, la globalizzazione, ispirata alla dimensione cosmopolita, traccia il tipo di relazioni che sussistono quando nulla fa da confine, da barriera o da ostacolo all’azione (o all’inter-azione) pura e semplice tra soggetti[6].
Il punto da chiarire risulta ora un altro, ossia bisogna interrogarsi sul come agiscano in concreto, cioè in base a quali regole, i due ordini di fenomeni. La democrazia, almeno nel suo ideal-tipo liberal-costituzionale, funziona, in base a precise norme dal valore meta-etico e anche meta-democratico, astrattamente condivisibili da tutti, ma con un minimo di contenuto necessario (ovverosia non completamente “neutre”)[7] che possa costituire la base per la ragione pubblica. Questo modello integra appunto lo schema del fluire di una di relazionalità costante, costruttiva e intimamente  pluralista,  che deve caratterizzare la comunità (appunto se “democraticamente” intesa) e si comprende solo a partire dal presupposto, fissato dal costituzionalismo moderno, che la Costituzione abbia un valore prescrittivo e si ponga, a causa della natura stessa delle sue norme, al di sopra di ogni altra fonte presente nell’ordinamento, insomma che i suoi principi e le regole da essa poste, in quanto auto-legittimantesi, siano le uniche pre-condizioni essenziali da far valere, non solo sul piano formale, ma anche su quello valoriale[8].
La globalizzazione economica, dal suo canto, segue regole (ma potrebbe dirsi anche non-regole) del tutto differenti: non avendo basi precostituite da valori condivisi (e non potendosene praticamente dotare, dal momento che la condivisione dovrebbe provenire dall’intera popolazione mondiale), si muove seguendo caratteri, più che principi. Questo vuol dire che, ad esempio, gli attori dei processi globali (tra cui si contano, in maniera del tutto indifferente, Stati, organizzazioni internazionali, imprese private, ONG, banche, multinazionali, Autorità indipendenti ecc..), saranno liberi di scegliere metodi/ regole/ codici di comportamento attraverso i quali dare impulso alle proprie politiche, coinvolgenti qualsiasi campo del reale (che siano progetti sociali, o che riguardino relazioni economiche, o ancora che si propongano di amministrare la giustizia riguardo a certe tematiche), purché tutti rispecchino un comune spirito caratterizzato da universalità, specialità, perenne “apertura” al rinnovo, all’influenzabilità e all’allargamento verso “altri” attori e “altri spazi” non già ricompresi dall’inizio nel campo di gioco [9].
In termini più concreti, il metodo con cui procede la globalizzazione permette di creare relazioni sfruttando l’alta capacità comunicativa delle nuove tecnologie e del cyberspazio, non mirando tuttavia alla costituzione delle stesse, quindi a una solidificazione, a una stabilizzazione, quanto piuttosto ad una loro descrizione[10] pura e semplice.
Questa inversione di sguardo rispetto al modo di proporsi del costituzionalismo è dovuta a quanto osservato dei caratteri dei due approcci: come è stato detto, la relazionalità globale/globalizzata non parte da legami stabili, né è diretta a crearne, ma opera secondo dinamiche che sono fini a sé stesse, e  che, una volta innescate da soggetti (o, il più delle volte, da “entità” anche non soggettivate giuridicamente) che perlopiù rimangono estranei all’instaurazione di qualsiasi tipo di legame (giuridico, sociale, o istituzionale) con i destinatari delle loro stesse “politiche” (sostanzialmente i cittadini del mondo, intesi in senso economico come consumatori), le lasciano agire spontaneamente, in virtù di continui adattamenti/aggiustamenti alle circostanze[11].
Appare inutile in questa sede soffermarsi sulla decifrazione dei singoli “attori” che mettono in moto questi complicati processi, tantomeno sarebbe del resto possibile elencarli con completezza, data l’alta tendenza degli stessi a rifluire nelle categorie privatistiche, in modo da godere di più libertà d’azione in cambio di una minore “visibilità”[12]. La loro individuazione puntuale richiederebbe in effetti un complesso lavoro di ricostruzione a partire dagli “eventi” verificatisi, una vera e propria indagine per capire da dove e soprattutto da quali fattori   sono scaturiti, ma questo implicherebbe l’impresa titanica di osservare criticamente fatti che riguardano popolazioni intere, che attraversano più continenti (anche in tempo reale) e che oramai coinvolgono la maggior parte delle nostre attività quotidiane.
L’effettiva portata di queste nuove dinamiche rispetto all’ordine giuridico-costituzionale di segno completamente opposto che caratterizza la maggioranza dei Paesi nel mondo e in ogni caso il “sentimento di sé” della cultura occidentale comporta la necessità di  chiedersi se (e, in caso di risposta positiva, come) si possa ipotizzare che proprio attraverso “nuove strutture” fluide, perché globalizzate, la democrazia originariamente occidentale riesca a raggiungere definitivamente tutto lo spazio (cosmico), a coinvolgere davvero tutta la popolazione (cosmo-polita), a riguardare ogni aspetto della realtà (comprendendo indistintamente in essa politica, dell’economia, del sociale, della giustizia, del diritto), a realizzare, per dirla con in una espressione sintetica, un futuristico “governo democratico del mondo”, o usando espressioni correnti, una “global-governance[13]”, ma democratica.
Emerge a questo punto un’altra netta differenza concettuale tra movimento globalizzante e metodo democratico: il primo presenta un solo riferimento concreto possibile, che è quello relativo alla natura umana, nello specifico quella di un “uomo in quanto uomo” (in senso prettamente individualistico), rispetto ai bisogni (segnatamente il profitto, tenendo in conto il carattere essenzialmente economicistico  della globalizzazione) dal quale pretende che tutte le attività esistenti siano orientate, siano quelle svolte all’interno dei singoli Stati, o appartengano già alle dimensioni sovra/inter-nazionali. Anche il concetto di metodo democratico, da parte sua, fa costante riferimento alla dimensione dell’uomo in quanto individuo, come espressa nei principi costituzionali e pur sempre collocandolo entro la “comunità” di altri individui pari a lui[14], ma non soffre questi quali fini della sua azione, bensì li riconosce quali limiti invalicabili all’esercizio della stessa[15].
La questione dell’incontro/scontro tra democrazia e globalizzazione viene smontata praticamente sul nascere, essendo certo che questi due fenomeni agiscono in misura praticamente antitetica, la democrazia garantendo il rispetto dei diritti, la globalizzazione fondandosi su di essi, senza però corredarli di alcun sistema di protezione.
Il motivo di tale lacuna sta nel fatto stesso per cui la “global governance” non conosce alcun sistema se non quello regolato (o meglio auto-regolantesi) dalle variabili economico-sociali, che a loro volta possono esplicitarsi (così come possono scegliere di rimanere “nell’opaco”) sfruttando le più svariate tecniche, sia di natura già nota (regolamenti, contratti, direttive, ordini..), magari estendendone il significato e la portata, sia di  natura nuova e a volte anche problematicamente “incerta”. Molteplici sono i riferimenti possibili a queste categorie empiriche del diritto globale: si va dal difficile inquadramento della c.d. soft law; al “trionfo” della lex mercatoria quale diritto “autopoietico” dell’economia globale, positivizzante un vero e proprio «strato di norme costituzionali» al di sopra e al di là del proprio stesso ambito, in origine tipicamente contrattuale; alle pratiche di bargaining applicate al di fuori delle sedi tradizionali ossia privatistico/commerciali; ma ancor di più si parla di Global Administrative Law o di Corporate Constitutionalism, che, completamente avulsi da una possibile origine statale/economica/privatistica, si affermano come veri e propri fenomeni giuridici globali.
Tutto questi fenomeni sfuggono non solo alle dimensioni ristrette degli Stati nazionali e all’azione dei loro organi istituzionali di rappresentanza politica, ma si sottraggono altresì a qualsiasi tentativo di istituzionalizzazione (politica o giuridica che sia), non essendo in grado di realizzarsi entro il presupposto di unità ed eguaglianza sostanziale di tutte le parti coinvolte, anzi cedendo spesso ai fenomeni di c. d. ipersovranità [16]di quelle potenze (anche statali, ma egemoni) che più di altre riescono a tradurre in atto con successo un tal genere di politica.
 
3. Tra idealizzazione e realtà: non c’è global-democracy senza un constitutional-global-government
 
Non è peraltro molto difficile pensare al passaggio successivo rispetto all’ultima notazione fatta, per cui, proprio in virtù dell’impossibilitata opera di “conformazione” globale di tutte le democrazie sotto un’unica identità comune, la prevalenza (almeno nei termini “informali” di influenza politico-economica) sarà attribuita non tanto (o non più) agli ordinamenti fortemente legati al paradigma democratico liberal-costituzionale, ma  a quelli che, per motivi storico-culturali (primi fra tutti gli USA), o in virtù di tendenze di politica economica intraprese soltanto di recente (i casi delle c.d. “tigri asiatiche”, affiancate da sempre più Stati appartenenti alle aree indo e medio-orientale), meglio si adattano ai menzionati tratti del global law, come è dimostrato dal dominio indiscusso che gli stessi già detengono sui piani commerciale, finanziario e digitale investiti dalla globalizzazione.
D’altra parte, lo stesso imperativo globale comporta che la suddetta operazione “conformativa” (volta a rendere tutti gli Stati adeguatamente pronti ad affrontare la global-democrazia) avvenga proprio avendo a base i “modelli democratici”  realizzatisi in tali contesti, che tuttavia, al di là dell’apparente “progressismo” mostrato sul piano politico, spesso mostrano preoccupanti lacune sul piano dell’effettivo rispetto delle garanzie costituzionali, dunque delle stesse basi imprescindibili per la “buona” democrazia)[17].
A mano a mano che il fenomeno della globalizzazione (nozione dunque onnipervasiva, non facente più riferimento ad un contenuto di valore preciso, come la democrazia, bensì inglobante in maniera indiscriminata ogni aspetto del reale) avanza le sue “pretese” nei confronti degli Stati, essa rivela peraltro un’ulteriore e controverso aspetto che la differenzia completamente da ogni altro tipo di “adattamento” già storicamente vissuto dagli stessi (come accaduto nell’ambito internazionale e/o comunitario) e che è stato sempre formalmente accolto nei sistemi giuridici interni.

Le dinamiche globalizzanti infatti, (già pre-munite di estrema flessibilità, che per di più va incontro alla grande permeabilità dei sistemi democratici) poiché agiscono in maniera informale all’interno degli ordinamenti, cioè senza essere sottoposte alla insostituibile funzione di consapevole interpretazione e organizzazione svolta tramite gli strumenti giuridici a ciò preposti, rischiano di generare dannosi fenomeni di loro erosione strutturale, proprio a partire da nozioni di base in cui si concretano i caratteri pre-giuridici essenziali all’identificazione di qualsiasi sistema istituzionale.

Nello specifico, ci si riferisce al popolo (il demos) cui dare voce, “punto cardine” della cultura democratica, poiché questo è appunto l’obiettivo funzionale per la democrazia, la cui “costruzione” non potrà mai dirsi definitivamente terminata: la sovranità integrale del popolo viene indicato come “ideale” da raggiungere.
L’avvento delle dinamiche globali ha segnato una netta cesura rispetto al compito spettante alle istituzioni democratiche degli Stati, ossia quello della continua elaborazione di politiche sociali volte a favore del popolo (del c.d. welfare, per intenderci): i canoni della globalizzazione sono a-politici (perché non dediti di per sé alla formazione di un popolo, ma diretti ad un imprecisato “complesso” di cittadini c.d. “globali”) e altresì a-sociali (le “società cosmopolite” in effetti non esistono, essendo piuttosto l’insieme di quei soggetti privati che utilizzano i menzionati strumenti informali), nonché, essendo privi della capacità di tutelare il cittadino in maniera “generale e astratta”, di fatto vincolati a mere variabili contingenti ed insieme a queste infine destinati a consumarsi.
Gli stessi imperativi, su questi presupposti, mal si adattano poi a “dialogare” correttamente con le istituzioni della rappresentanza politica, su cui intanto ricade sempre di più il peso della dura scelta categorica tra il dover rispondere (democraticamente) agli interessi del (proprio) cittadino o il dover seguire in maniera a-prioristica il resto del mondo[18].

Altro ambito che risulta profondamente colpito dagli innescati meccanismi di indiscriminata apertura globale è quello economico, ove ancora una volta può rintracciarsi la sempre più tangibile privazione per gli Stati della possibilità di definire una propria politica economica (consistente nelle pur limitate misure di “aggiustamento” volte a sostenere la struttura del c.d. welfare). In virtù della crescente sollecitazione da parte “mercato globale”, gli stessi ordinamenti si vedono costretti spesso a delegare ad altri protagonisti esterni l’imperio assoluto in tale campo, nel quale, al   precipuo interesse pubblico di perseguire il benessere collettivo, si sono sostituiti i dettami di una (ipotetica) “costituzione economica globale”, i cui principi fondamentali sono rivolti a garantire l’ illimitata libertà di movimento delle sole “variabili” di mercato, dalle dinamiche fluide ed incerte consentono sempre meno spazio al raggiungimento di obiettivi fi utilità generale (soprattutto se di medio/lungo periodo), a vantaggio del perseguimento dei “risultati attesi”[19].  Si può in sintesi affermare che al “globalizzare” la realtà statale democratica debba necessariamente far precedere la ricerca di comuni parametri di riferimento, sulla cui base costituire regole potenzialmente applicabili ovunque, in qualunque momento, in qualsiasi circostanza. Questi stessi paradigmi si rivelano invece tuttora inadatti al confronto con il “bene comune”, di cui intanto entro i confini statali si continua a richiedere la promozione da parte delle rappresentanze politiche: una visione distopica che in sé rispecchia l’intrinseca contradizione in termini che si è finora palesata tra globalizzazione e democrazia, la quale insieme comprende e giustifica gli innumerevoli paradossi generati nelle attuali realtà (sempre meno) politiche.L’invito a questo punto è di ripensare i termini della questione proposta all’inizio, più precisamente di  riscrivere i termini del rapporto democrazia-global governance in una constitutional- global governance, unica strada realmente praticabile per poter innalzare il livello di “democraticità” dei processi d’integrazione globale (intesi nel senso di un loro “avvicinamento alla cittadinanza”, ma stavolta mondiale), che risulta essere quella data dall’accrescimento e dalla transnazionalizzazione delle garanzie costituzionali[20].

Anche sul piano globale, quindi, così come rilevato in ambito statale, non può insomma concepirsi una reale democrazia senza costituzionalismo, anzi, benché ci si sforzi di immaginare che in un lontano futuro la global-democrazia possa realizzarsi sul serio, sarebbe il caso di concentrarsi in primo luogo nell’opera di ricostruzione delle strutture democratiche interne agli Stati (innanzitutto organi rappresentativi, autonomie locali e associazionismo politico/sociale), «contropoteri decisivi per la salvaguardia della democrazia “al tempo della globalizzazione”»[21].        


[1] A. Baldassarre, Globalizzazione contro democrazia, Bari, Laterza, 2002, 6 s.: «L’essenza della globalizzazione sta nel fatto che una particolare azione umana, simultaneamente ad altre provenienti da non-importa quale luogo, può direttamente estendersi da una parte all’altra del mondo […] annullando tutto lo spazio fisico, cioè la distanza, e […] azzerando il tempo occorrente per il compimento dell’azione stessa» Dunque per l’autore, che  abbraccia questa versione prettamente sociologica del  concetto, essa è un prodotto della rivoluzione cibernetica che ha radicalmente rivoluzionato la comunicazione sociale ed essendo questa il mezzo principale attraverso cui si svolge ogni interazione umana ― arriva a dire che «non c’è attività sociale – dall’economia, alla politica, dall’etica al diritto, dall’educazione e dall’istruzione alla formazione culturale ― che possa sfuggire all’influenza della rivoluzione cibernetica»; mentre è diversa, ma allo stesso tempo complementare, l’interpretazione del termine da un punto di vista prettamente psicologico, un cui esempio è dato dal pedagogista belga O. Decroly, La fonction de globalisation et l’enseignement, Brussels, Lamertin 1929, il quale, nell’ambito degli studi sul metodo di apprendimento del bambino, afferma che egli coglie “globalmente” nella percezione gli oggetti a lui presentatisi in situazioni concrete e in essa tende ad inserire indistintamente anche gli stati d’animo, quindi le emozioni e gli interessi di base (i c.d. “bisogni”, quali il nutrirsi, il coprirsi, il difendersi..). Non essendo fin dall’inizio la sua mente predisposta a discernere analiticamente la realtà, costituiranno questi ultimi l’impulso principale per la stessa attività globalizzatrice.

[2] In questi due campi, in effetti, la nozione trova le sue premesse applicative a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, quando l’uso del termine in sé ancora non è attestato, né nelle scienze sociali  ― dove è viva però (già dalle esperienze degli anni Venti)  la percezione di una crisi sistemica in atto ―  né in economia, ambito in cui i mutamenti in corso venivano riconosciuti per la prima volta non semplicemente “provvisori”, ma definitivamente “costitutivi” dell’ordine post-moderno, tanto da far parlare (abbracciando la famosa interpretazione data nell’opera omonima di J.K. Galbraith) di una imminente vera e propria “età dell’incertezza”. Su questo e altri temi legati alle evoluzioni del concetto v. R. Sciortino, Il dibattito sulla globalizzazione: dagli anni Novanta ai segnali di crisi, Working Paper, Asterios, Maggio 2008.

[3] Per quanto da molti ci si sforzi di analizzare la democrazia con i soli strumenti del giurista, ammesso che questo sia possibile e utile, l’aspetto culturale è una delle variabili che maggiormente determina il successo o meno delle “formule democratiche”. Quella occidentale-europea/anglo-americana (la liberal-democrazia) si è rivelata quale modello di maggior successo, proprio perché nasce dalla cultura europea, profondamente liberale; essa però, oltre a conoscere varianti al suo interno, si è vista nel tempo contrapporre modelli diversi, quali frutti altrettanto “culturali” di ambienti totalmente differenti (si ricordano tra i meno risalenti i risultati delle democrazie “innestate” nelle aree di ex-dominî coloniali o di quelle “intraprese” nell’Est europeo post-sovietico). Tra i più recenti casi di democratizzazione propostisi sulla scena mondiale vi sono quelli appartenenti al  c. d. “East Asian Model” (tra cui si collocano Cina, Singapore, Taiwan, Sud Corea, Thailandia, Malaysia…), i quali attualizzano il discorso relativo al legame cultura/democrazia più di ogni altri. Come infatti fa notare acutamente F. Zakaria, The Future of Freedom, New York-London, 2003, 54 ss. :«A hundred years ago, when East Asia seemed immutably poor, many scholars- most famously Max Weber-argued that Confucian-based cultures discouraged all the attribues necessary for success in capitalism. A decade ago, when East Asia was booming, scholars had turned this explnation on its head, arguing that Confucianism actually emphasized the traits essential for economic dynamism. Today the wheel has turned again and many see in “Asian values” all the ingredients of crony capitalism».  Così come è accaduto per il capitalismo, dunque, anche una volta intrapresa la “strada della democratizzazione”, il successo o meno dei modelli applicati in questi Paesi non può che essere valutato parallelamente e in relazione al giudizio sul “cammino culturale” da essi effettuato. Come più avanti lo stesso autore dirà: «If one wants to find cultural traits of hard work and thrift within  East Asia, they are there. If you want instead to find a tendency toward blind oboedience and nepotism, these too exist » , tuttavia, a conferma di quanto il piano culturale sia spesso assai più complesso rispetto ai tentativi di “immagazzinarlo” entro strutture e istituzioni giuridiche, aggiunge : «Look hard enough and you will find all these traits in most cultures.», infatti proseguendo,  :«East Asia is still rife with corruption, nepotism and voter fraud- but so were most Western democracies, even fifty years ago. Elections in Taiwan today are not perfect but they are probably more free and fair than those in the American South in the 1950s […] large conglomerates have improper influence in South Korean politics today, but so did their equivalents in Europe and the United States a century ago» insomma la sua conclusione è significativa :«One cannot judge new democracies by standards that most Western countries would have flunked even thirthy years ago . East Asia today is a mixture of liberalism, oligarchy, democracy, capitalism and corruption- much like the West in, say, 1900. But most of East Asia’s countries are considerably more liberal and democratic than the vast majority of other non-Western countries». Tutto ciò a riprova del fatto che sarebbe praticamente impossibile (nonché teoricamente errato e politicamente scorretto) procedere nella selezione del “modello (cultural)-democratico” ideale per la global-democrazia e dunque letteralmente “giudicare” quale tra le diverse culture dovrebbe prevalere, senza che però ci siano davvero alla base principi comuni, che siano astrattamente condivisibili da tutti, ossia principi costituzionali accomunanti, che siano formalizzati o no in un testo o più.

[4] S. P. Huntington, The third wave. Democratization in the late twentieth century, 1991, (trad.it., La terza ondata. I processi di democratizzazione alla fine del XX secolo, Il Mulino, Bologna 1995, 36), in particolare parla di tre “ondate” di democratizzazione che hanno interessato diverse zone del mondo a partire dalla fine del XIX secolo,  intendendo con queste «una serie di passaggi da regimi autoritari a regimi democratici, concentrati in un periodo di tempo ben determinato, in cui il numero di fenomeni che si producono nella direzione opposta (passaggi da regimi democratici a regimi autoritari) è significativamente inferiore». Per l’esattezza, mentre con la prima e (dopo quella di c. d. “riflusso”, corrispondente ai regimi totalitari degli anni ’20 e ’30) in parte con la seconda (dopo il secondo conflitto mondiale) la democrazia si consolida soprattutto l’Europa occidentale e l’America (sia nel Nord che nel Sud del continente), è con la seconda e la terza che questa si diffonde in zone completamente “nuove” (perché rimaste completamente estranee fino ad allora da ogni “contaminazione” democratica): l’Europa orientale, l’Africa, l’Asia centrale, i cui singoli Stati hanno tuttavia dato diversa prova circa la “tenuta” di questo modello.

[5] Una conferma di quest’ultima constatazione è il disincantato bilancio sullo stato delle democrazie “innestate” nel continente africano fornito da O. Nwatchock A Birema, La démocratie en Afrique subsaharienne. Une question de volonté?  che si legge in Carpadd, Note d’analyses sociopolitique, n.3/Mai 2018, 1 ss.:« Dans le sillage de la chute du mur de Berlin (1989), plusieurs États d’Afrique subsaharienne engagent, de façon tumultueuse, des réformes institutionnelles et juridiques devant faciliter la diffusion et l’intériorisation de la culture démocratique. Près de trente ans plus tard, le bilan démocratique est très mitigé, l'horizon de ce système est de plus en plus obscurci et les peuples ont largement déchanté. Le sentiment général est que les fruits récoltés de la pratique démocratique en Afrique n'ont pas confirmé la large promesse des fleurs de 1990. Le tableau est sombre : coups d'État récurrents, alternances bloquées, partis- (d’)États persistants, néopatrimonialisme, fragilité de l'État et de la souveraineté, sous-développement continu, etc. C'est manifestement le règne de la “démocrature “: maintien des logiques autoritaires sous les draps de la démocratie réelle. Bref, la démocratie est encore hésitante en Afrique».

[6] Per questo A. Baldassarre, Globalizzazione contro democrazia, cit., 37 arriva a ritenere che: «La “forma” delle relazioni sociali come disegnata dalla globalizzazione confligge in particolare con la democrazia (pluralista-occidentale)», poiché in sostanza – egli continua ― «il mondo globale è fatto di molteplici relazioni, ma non si configura come una comunità».

[7] Cfr. A. Spadaro, Il re è nudo: le Costituzioni sono “di tutti” (etica pubblica generale), ma non sono “vuote” (politicamente neutre), in Costituzionalismo versus Populismo, Scritti in onore di Lorenza Carlassare. Il diritto costituzionale come regola e limite al potere, Jovene, 2009, 3 ss

[8] G. Azzariti, Democrazia e Costituzione nei grandi spazi della contemporaneità, Giornale di storia costituzionale, 32/ II 2016, 234 ss : «Che la Costituzione si ponga- e sia percepita- come lex superior risulta essere una precondizione essenziale perché essa possa continuare ad assicurare la garanzia dei diritti fondamentali ed a tenere separati i poteri. […] Una supremazia riconosciuta cioè sul piano di valori capace di imporsi a tutti i soggetti detentori del potere, ponendosi a fondamento di legittimazione della politica. È la Costituzione […] che deve fondare la politica e non viceversa».

[9] M. R. Ferrarese, Mercati e globalizzazione. Gli incerti cammini del diritto, in Politica del diritto, 3/ 1998, 3 ss :«Si può insomma parlare di nuove forme di “intelligenza giuridica” prodotte al contempo da vari soggetti pubblici e privati, che accompagnano la vita dei mercati. [..] si potrebbe dire che i mercati registrano, accanto alle tradizionali misure giuridiche statali, la produzione di nuove forme giuridiche che non hanno più un carattere prestabilito, ma assumono piuttosto modalità adattive […] Esse non si propongono più tanto il fine di normare e governare le relazioni economiche, quanto di costruirle, ampliarle, legalizzarle, rispondendo volta a volta a finalità organizzative, di contrattazione, di flessibilità ecc.» In seguito l’autrice sottolinea come la produzione di “intelligenza giuridica”, pur partendo dal campo economico, con il coinvolgimento di soggetti sempre più numerosi, genera cambiamenti «sia sulla natura delle istituzioni economiche, che assumono una valenza politica, che su quella degli Stati, che per converso assumono come proprii moduli di azione economica, come quello della competizione».

[10] G. Azzariti, Democrazia e Costituzione nei grandi spazi della contemporaneità , “ in Ivi”, 235 si sofferma sull’assetto pensato dal costituzionalismo post-moderno o globalizzato, che giunge a «scindere il rapporto tra costituzione e politica», per cui «[..] la costituzione finirebbe per perdere la sua specifica forza precettiva»  e quindi «[…] il costituzionalismo finirebbe per assolvere ad una funzione sostanzialmente descrittiva degli ordinamenti e delle organizzazioni sociali, secondo il tipico modello pre-moderno di costituzione. Si dovrebbe correttamente parlare, allora, di nascita di un neo-medioevalismo costituzionale».

[11] Ancora , sulle entità “multiformi” di tali “nuove dinamiche”, v. M.R. Ferrarese, op.cit., 1 ss : «[Esse] possono avere sia carattere istituzionale che carattere non istituzionale. In secondo luogo possono avere sia carattere sovranazionale, come mostra l’importante esempio dell’ Unione Europea, sia carattere infranazionale, come avviene ad esempio quando protagoniste di accordi sono regioni o aree che possono appartenere allo stesso Stato o a più Stati. Così, […] nel contesto della globalizzazione, ci si riferisce a realtà diverse, in parte disegnate da processi istituzionali, in parte [..] da processi spontanei e informali». Tra i casi che più vengono richiamati sulla base di queste indicazioni si colloca sicuramente l’ambiente europeo (soprattutto quello disegnato dal c.d. mercato unico) che, caratterizzato da una molteplicità di culture giuridiche senza una definita dinamica istituzionale, si trova spesso a dover legittimare le scelte dei propri soggetti politici con il ricorso a motivazioni “tecniche”, presuntamente neutrali (fatto che spesso costa all’Unione l’appellativo di “tecnocrazia”); così come pure si muovono le c.d. “tigri asiatiche”, vere e proprie late-comers sia in campo economico che politico, le quali (pur consistendo in “Stati”, sia geograficamente, sia culturalmente) sfruttano le più variegate tecniche giuridiche, politiche e statali per raggiungere di volta in volta risultati preventivamente fissati.

[12] La ragione di questa “traduzione” dal pubblico al privato è insita nella natura stessa delle dinamiche globalizzanti, innescate a partire dal campo economico, da sempre (e soprattutto a partire dalla rivoluzione capitalistica) connotate da una caratteristica ad esse utile, considerando che la dimensione privata è anche il luogo della schermatura dal controllo del potere politico. Un assunto convalidato dall’esperienza storica e divenuto anche oggetto di principi fondamentali garantiti dalle Costituzioni (ad es. negli articoli 13, 23, 32 e 41 della Costituzione italiana. Quest’ultimo assicura che “L’iniziativa economica privata è libera”. Tali prescrizioni tuttavia, proprio in virtù di un processo di perdita della loro forza precettiva vengono soppiantate da modelli contrattuali uniformi, codici di condotta internazionali, lex mercatoria, quali prodotti da corporazioni transnazionali, (tra cui si può collocare anche il WTO) , ONG, multinazionali, tutti soggetti sempre più slegati dal circuito politico-rappresentativo che ridisegnano  il diritto a vantaggio dell’ interesse.

[13] Cit. G. Azzariti, op. cit., 237.

[14] Basti pensare, a questo proposito, proprio al testo dell’art 41 nella Costituzione italiana, appena richiamato, dove, accanto al  diritto di libera iniziativa economica del singolo, è previsto il divieto di contrasto al  principio di “utilità sociale”(c. 2) e il vincolo al rispetto della  sicurezza, libertà e dignità umana altrui. Limiti che, purtroppo, diventano sempre più irrilevanti mano a mano che l’economia si allarga verso lo spazio globale, allontanandosi dalle discipline giuspubblicistiche statali.

[15] Il problematico rapporto tra il costituzionalismo democratico (riferito ai diritti umani) e la Drittwirkung transnazionale e globale (che pure, affermatasi più di recente, ha fatto enormi progressi in pochi decenni grazie soprattutto al contributo di attori collettivi non statali, spesso gli stessi protagonisti dei movimenti globali) nasce da uno scontro teorico tra nomoi differenti, segnalato già da C. Schmitt,  Il Nomos della terra nel diritto internazionale dello "jus publicum europaeum", trad. it., Milano,  1991, che vede il nomos democratico ancora vincolato alla dimensione dello Stato sovrano, la quale a sua volta è impermeabile all’influenza del nomos internazionale; mentre per il nomos globale ciò che accade all’interno degli Stati assume «la più piena rilevanza», data la «massima permeabilità degli Stati stessi di fronte ad autorità internazionali o a forze esterne che intendano far valere gli unici criteri conferenti legittimità alla società globale, e cioè la libertà individuale e diritti umani». Quest’ultimo principio fa sì che possano svilupparsi sul piano dei rapporti tra Stati dottrine come quella dell’“ingerenza umanitaria”, permettendo che democrazia e diritti siano imposti da chi (Stati, ONU o altri attori) nel vuoto politico  e giuridico, ha la forza di sostituire un governo globale che non esiste. Non si può non sottolineare come, così facendo, non si alimenti la democrazia, ma piuttosto la si conduce proprio contro i suoi principi, rendendola in primo luogo illiberale.

[16]È quasi paradossale che, proprio mentre ci si avvicina sempre di più al tanto auspicato superamento del “dogma” della sovranità statale, questa faccia il suo ritorno sulla scena globale, addirittura presentandosi in forma rinforzata. Questo, secondo A. Baldassarre, op.cit., 143 ss., è dovuto all’idea che la globalizzazione, nonostante stia proseguendo il suo cammino nell’area giuridico-poltica, nasce pur sempre quale sistema economico “autoregolantesi”, che non conosce la politica istituzionalizzata, e non può per questo auto-controllarsi. Nel mercato cioè, come l’autore sottolinea ( 174 ss.) «emerge un problema di cittadinanza [..] perché (esso) ammette al suo interno, non già ogni individuo, ma soltanto le persone che hanno potere d’acquisto», il che a sua volta confligge con il principio di eguaglianza (e in particolare con la regola one man, one vote), quindi determina che “votino”, ossia pesino,  «non solo le persone fisiche, ma anche le cosiddette persone giuridiche (cioè società, fondazioni ecc..) e tutti gli altri soggetti [...] che interferiscono con le attività economiche e finanziarie (banche centrali, autorità indipendenti ecc..)». Nel mercato, insomma, «ogni persona entra con un diverso peso legato, non solo alla differente posizione ricoperta nella scala sociale, ma anche alla specifica funzione e allo specifico ruolo svolto». Il mercato non può, in sostanza fondare la democrazia, essendo anzi piuttosto un pericolo per essa.

[17] A parte il caso nordamericano, la cui cultura giuridica (difficilmente riproducibile altrove, date le particolari vicende storiche del Paese) contiene da sempre i tratti distintivi del tipo di diritto “globalizzato”: basti pensare ai principi del judge-made law, o del corporate law , al riuscito connubio tra drift e direction e a tutte le altre caratteristiche dinamiche “ di stampo mercantile” che vengono di volta in volta assorbite dal diritto, tanto da poterlo eleggere a sua “metafora” (cit. M. R. Ferrarese, op.cit., 30: Il diritto americano: metafora del diritto globalizzato?). Più preoccupanti sono invece le linee evolutive su cui Paesi dell’Est, del Sud-est asiatico e del Medio Oriente si sono assestati. In un continuum con il discorso già intrapreso, si può sostanzialmente dire che il problema di queste zone non stia tanto nel non riuscire a riprodurre le “ricette” democratiche dei Paesi occidentali, attraverso la liberalizzazione/modernizzazione dell’economia, l’assetto di una burocrazia, di un sistema giudiziario indipendente e persino di una Costituzione scritta, bensì nella mancanza di quegli elementi (prima di tutto culturali) volti a dare effettività alle regole formali: in riferimento a quelle che in un ordinamento che voglia dirsi democratico debbono porsi al di sopra di qualunque altra, si parla significativamente di “Costituzioni senza costituzionalismo”. L’assonanza con le tendenze globali(zzanti), portatrici di valori umanitari, ma sfornite di sistemi volti a garantirne la tutela, è evidente.

[18] La “sfida” della globalizzazione è e rimane prima di tutto sociologica, in quanto solo a partire da una (ri)specificazione dell’ambiente socio-culturale (globale) in cui inserire funzioni, processi e strutture (global)-costituzionali potrà ottenersi una legittimazione piena di questi ultimi: le domande che a questo punto sopraggiungono ruoteranno intorno al come effettuare un tale tipo di transizione. Così G. Teubner, Costituzionalismo della società transnazionale, Relazione al XXVIII Convegno annuale dell’AIC, in Riv. AIC, 4/2013, 7 ss, ne tenta in forma interrogativa una possibile elencazione, suddividendole per ambiti d’indagine: «(1)Funzioni costituzionali. Producono i regimi transnazionali, analogamente alle costituzioni dello Stato-nazione, norme che esercitino funzioni più che meramente regolative o di risoluzione dei conflitti, dunque [..] le funzioni d’una costituzione?. […] (2) Ambiti costituzionali. Si possono identificare anche all’interno dei regimi diversi ambiti regolativi della costituzionalizzazione, la cui standardizzazione è essenziale per un costituzionalismo democratico in forme comparabili all’interazione dei processi politici organizzati  e di formazione spontanea dell’opinione pubblica regolata nella parte organizzativa delle costituzioni statali?[…] (3) Processi costituzionali. Riescono le norme giuridiche prodotte all’interno dei regimi ad avere una connessione sufficientemente diretta col loro contesto sociale d’una “nomic-community” comparabile alla connessione delle norme costituzionali nazional-statali con la nomic-community della politica? [..] (4) Strutture costituzionali. Formano i regimi le tipiche strutture costituzionali proprie dei contesti dello Stato-nazione? E producono in particolare le note gerarchie normative e le loro garanzie istituzionali?». Dare risposta a questi interrogativi rappresenta per l’autore un vero e proprio compito “multidisciplinare” , a cui la stessa globalizzazione, vista sul serio in un’ottica più “globale” (nonché più costituzionale), richiama.

[19] G. TeubneR Ibidem,  .3, parla della Costituzione economica globale  così come sviluppata dal “Washington Consensus” degli ultimi trent’ anni nei termini che seguono: «Non ha prodotto meramente delle regolazioni politiche, ma piuttosto la standardizzazione di principi costituzionali. Questi ultimi sono stati finalizzati a garantire illimitati margini di manovra per le imprese operanti a livello globale, ad abolire le partecipazioni pubbliche a combattere il protezionismo commerciale e a liberare gli attori economici dalle regolamentazioni politiche». Si  evince da tale impostazione la scarsa “costituzionalità” dei principi suddetti, non rispondenti al compito di istituire quelle “limitazioni” tipiche di un tale tipo di sistema. Anzi, rileva lo stesso autore, «la produzione di regole limitative in sostituzione delle regolazioni nazionali non era all’ordine del giorno, […] è stata per anni ritenuta controproducente. Soltanto oggi, in seguito alla quasi-catastrofe delle ultime crisi economico-finanziarie, sembrano essersi messi in moto processi d’apprendimento collettivo che in futuro potrebbero portare a limitazioni costituzionali per l’economia a livello globale».

[21] A. Spadaro, Su alcuni rischi, forse mortali…,.cit., 29, il quale conclude che «In breve: probabilmente non serve tanto più democrazia globale, quanto più “regole globali” ispirate a giustizia distributiva internazionale, conseguentemente minori “competenze statali” e più “autogestione democratica locale”».

La tempesta del COVID-19 si abbatte sul Brasile di Bolsonaro

2/8/2020

 
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a cura di Massimo Spinelli
 
Nel Brasile martoriato dalla pandemia di COVID-19 che sembra non voler rallentare, il Presidente della Repubblica Federale, Jair Bolsonaro, non ha intenzione di fare alcun passo indietro rispetto alla sua posizione negazionista, nemmeno quando il paziente finisce per essere lui stesso.
 
Ad oggi, il Brasile è tra gli stati maggiormente colpiti a livello globale dal virus SARS-CoV2, contando ormai quasi 2 milioni di casi (dati dell’osservatorio per la diffusione del COVID-19 della Johns Hopkins University). Profonde disuguaglianze sociali, difficoltà economiche già risalenti al periodo pre-pandemia e forme di razzismo strutturale all’interno della società brasiliana, figurano tra le cause principali dell’esponenziale rapidità con la quale il virus si diffonde tra la popolazione. Oltre alle cause sistemiche del propagarsi della malattia però, certamente una gestione politica della pandemia quantomeno discutibile, da parte del presidente e del suo governo, non può passare sottotraccia.
 
Le prime avvisaglie della direzione verso la quale il paese stesse andando, si erano registrate a fine marzo, quando dopo le consuete critiche ai media, colpevoli, secondo il presidente, di ingigantire ogni questione solo per attaccarlo, Bolsonaro si affrettava a bollare il Coronavirus come una “febrizinha”, ovvero una semplice influenza. Già a partire dalla prima settimana di aprile, nonostante lo sforzo comunicativo del presidente, i sondaggi (DataFolha) sul gradimento del suo approccio all’imminente pandemia evidenziavano un drastico malcontento nei suoi confronti. Lo stesso disappunto popolare veniva riflesso in uno smisurato supporto (oltre il 70% di gradimento) per la figura del Ministro della Salute in carica in quel periodo: Luiz Henrique Mandetta.
 
Arrivati a metà aprile, i casi acclarati aumentavano a una velocità straordinaria, e proprio mentre la cifra scollinava le 30.000 unità, Bolsonaro decise di licenziare il suo Ministro della Sanità per divergenze di opinione. In particolare, il capo di stato brasiliano non accettava pareri contrastanti riguardo ai temi del distanziamento sociale, da lui considerato inutile, e sull’utilizzo dell’idrossiclorochina, farmaco antimalarico già sperimentato nell’ambito della terapia anti-Covid senza successo, come dimostrato da diversi studi.
 
Aprile non è certo stato un mese facile per il presidente brasiliano, il quale, dopo il licenziamento di Mandetta, ha dovuto fare fronte anche alle inaspettate dimissioni del popolarissimo Ministro della Giustizia Sèrgio Moro, simbolo e uomo forte delle istituzioni nazionali. Moro aveva deciso di abbandonare la sua carica conseguentemente al licenziamento del capo della polizia federale, avvenuta, secondo l’ex magistrato, per ragioni puramente politiche. Nell’ambito dell’avvicendamento alla testa dei ministeri, Nelson Teich venne indicato come nuovo Ministro della Sanità. Sfortunatamente per Bolsonaro, l’oncologo originario di Porto Alegre non rimarrà in carica nemmeno un mese, in quanto anche lui opterà per le dimissioni, rassegnate al capo dello stato il 15 maggio. Le ragioni che portarono Teich a maturare la sua scelta, risultarono essere molto simili a quelle che già portarono al licenziamento di Mandetta. Da quel momento in avanti, la carica è stata ricoperta dal Generale Eduardo Pazuello, nominato ministro ad interim.
 
In un contesto politico rovente dovuto alle continue richieste di impeachment presentate al congresso, l’isolamento politico prodotto dalle sue controverse manovre di potere autoritario, e le inimicizie con svariati giudici della corte suprema, Bolsonaro si era affacciato al mese di giugno con diverse questioni da affrontare in tempi stretti. Proprio nei primi giorni del mese, lo stesso Bolsonaro decise unilateralmente di oscurare i dati del report quotidiano del Ministero della Salute sui numeri dei casi positivi, e delle vittime della pandemia. I dati, per decisione della corte suprema brasiliana, sarebbero stati di nuovo resi visibili poco dopo, a partire dall’otto giugno. Giunti a questa fase della pandemia, i contagi risultavano essere circa 615.000, mentre le vittime superano quota 34.000.
Mentre l’Organizzazione Mondiale del Commercio rivedeva ulteriormente al ribasso le stime di crescita del Brasile per il 2020, ormai arrivate a -7.7%, il presidente continuava a portare avanti la sua personale battaglia per la minimizzazione della minaccia portata dal virus. Questa volta, a cadere vittima della sua crociata, è stata l’Organizzazione Mondiale della Sanità, rea, secondo Bolsonaro, di essere semplicemente un’istituzione faziosa, burattino di alcune super potenze, che rilascia pareri senza elementi che ne possano provare la veridicità. In seguito al comunicato della stessa OMS che descriveva il Brasile come “paese fortemente a rischio” e “non pronto ad una riapertura, nemmeno parziale, delle attività produttive”, il presidente ha minacciato di ritirare il Brasile dall’organizzazione.
 
Negli ultimi 20 giorni la situazione è peggiorata notevolmente, con nuovi record nei numeri delle persone contagiate e delle vittime, quest’ultime arrivate, il 24 giugno, addirittura a toccare quota 1364 in sole 24 ore. Queste si aggiungevano al computo totale dei morti, che si assestava attorno alle 53.000 persone, mentre il numero dei soggetti contagiati arrivava a 1.152.000. Arrivati a oggi, i numeri rimangono altamente preoccupanti e il Brasile, insieme a Perù e Cile, con i suoi quasi 2 milioni di casi accertati e oltre 73.000 vittime, resta uno dei maggiori epicentri della pandemia di COVID-19 a livello globale.
 
Recentemente anche lo stesso Bolsonaro è stato trovato positivo al tampone, fatto che non sorprende in modo sostanziale chiunque abbia seguito l’operato del presidente a partire da marzo. Negazionista per eccellenza, si è sempre rifiutato di indossare mascherine, ha bollato come inutili le norme di distanziamento sociale, e non ha rinunciato a prendere parte a feste e celebrazioni. Noti esempi dei suoi comportamenti sono le numerose manifestazioni pubbliche alle quali ha partecipato, oppure il barbecue che lui stesso aveva organizzato, a bordo di una barca sul lago Paranoà, nei pressi di Brasilia, proprio mentre il conto dei morti a causa della pandemia raggiungeva 10.000. Visti i recenti sviluppi, i critici e i politici si dividono tra coloro che invocano il karma come spiegazione del contagio del presidente, e coloro che si limitano ad augurargli pronta guarigione. Tra questi ultimi, si annovera anche l’ex ministro della giustizia e figura di spicco della politica brasiliana Sèrgio Moro, dimissionario lo scorso maggio.
 
In conclusione, è lecito affermare che il Brasile vive un momento di grande difficoltà sotto tutti i punti di vista. Con il presidente della repubblica federale malato di una “febbriciattola” che, alla data di oggi, ha lasciato dietro di sé quasi 73.000 cadaveri, il gigante sudamericano sembra ancora lontano dal picco dei contagi, e la strada per uscire da questa tempesta perfetta sembra ancora molto lunga.

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La Macedonia del Nord alle urne, un voto in prospettiva europea

25/7/2020

 
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a cura di Mario Ghioldi
 
A causa di molteplici fattori, sia riguardanti la politica interna che estera, le elezioni parlamentari del 15 luglio nella Macedonia di Nord sono state di rilevante importanza per tutta la regione balcanica. Anzitutto il voto, al quale il paese si è interfacciato per la prima volta con il nuovo nome, rappresentava un banco di prova rilevante per il governo uscente del socialdemocratico Zaev e per la sua politica euro-atlantica. In secondo luogo altri elementi non secondari, come le forti influenze delle minoranze albanesi nello scenario politico, la gestione della campagna elettorale durante la pandemia e lo svolgimento della tornata elettorale in un giorno feriale (per la prima volta nella recente storia del paese balcanico), hanno reso ulteriormente complesso ed imprevedibile l’esito delle elezioni.
Secondo i primi dati, i socialdemocratici (SDSM) dell’ex primo ministro Zaev hanno ottenuto una vittoria di stretta misura sui conservatori nazionalisti del Partito Democratico per l’Unità Nazionale Macedone (VMRO), la principale formazione di opposizione. In questo contesto, le tematiche riguardanti l’adesione macedone all’asse euro-atlantica e quelle riguardanti l’inclusione politica delle minoranze albanesi hanno ricoperto un ruolo fondamentale.
Riguardo al primo punto, l’avvicinamento graduale di Skopje all’Unione Europea ed alla NATO ha influenzato fortemente la vita politica del paese, Lo stesso cambio ufficiale del nome da Macedonia a Macedonia del Nord dello scorso 11 febbraio rientra nell’ottica di avvicinamento alle istituzioni europee ed atlantiche. Di fatti, attraverso tale cambiamento, il governo macedone ha messo fine ad una disputa ventennale con la Grecia, la quale esercita il potere di veto per l’annessione di nuovi membri all’interno delle menzionate organizzazioni.
La mossa del governo macedone (fortemente criticata dai nazionalisti dell’opposizione) ha portato ad un decisivo avvicinamento soprattutto nei confronti della NATO, la quale il 6 febbraio dell'anno scorso ha visto i rappresentanti permanenti dei 29 Stati membri dell’organizzazione atlantica firmare il protocollo di accesso con Skopje: processo dia desione conclusosi quest'anno a marzo, con la Macedonia del Nord divenuta il 30esimo membro dell'Alleanza Atlantica. Differentemente, con l’Unione Europea i negoziati sono ancora in corso. Proprio le negoziazioni con Bruxelles testimoniano l’importanza della politica estera nel panorama politico del paese. Le elezioni anticipate erano state provocate proprio dalle dimissioni di Zaev l’autunno scorso in seguito alla mancata decisione del Consiglio europeo di aprire i negoziati per l’adesione all’UE. Tale situazione ha fatto sì che la repubblica sia stata guidata negli ultimi mesi da un governo tecnico di coalizione presieduto dall’ex ministro dell'Interno Oliver Spasovski.
Come precedentemente affermato, l’altra tematica chiave all’interno delle elezioni macedoni ha riguardato il ruolo delle minoranze albanesi e dei loro movimenti politici, divenuti ancor più rilevanti di fronte alle debolezze dei socialdemocratici del SDSM e dell’opposizione nazionale-conservatrice della VMRO. Se infatti i primi sono stati ridimensionati negli ultimi due anni da vari scandali nel settore della giustizia, i secondi, orfani del loro leader Gruevski (ex premier macedone in esilio a Budapest), hanno avuto lo svantaggio di non presentare un candidato forte. Di fronte a ciò, le alleanze pre e post elettorali con i partiti albanesi risultano fondamentali.
In questo contesto, i socialdemocratici hanno creato per la prima volta una coalizione con il partito albanese Besa, formando un accordo di rilevanza storica. Tale alleanza non ha compreso l’altra importante formazione albanese di Ali Ahmeti, l’Unione democratica per l’integrazione (DUI), già partner di minoranza nello scorso governo Zaev.
Dal punto di vista numerico la coalizione a guida socialdemocratica ha ottenuto il 36% dei voti, staccando di poco più di un punto percentuale la coalizione nazional conservatrice fermatasi al 34,5%. Entrambi le parti hanno avuto una leggera flessione rispetto alle tornate elettorali precedenti: se SDSM e Besa hanno ottenuto 46 seggi (8 in meno rispetto al passato), la VMRO avrà 44 seggi (meno 7 rispetto alla legislatura precedente). Considerando tale scenario, le due principali forze sono molto lontane dalla maggioranza assoluta parlamentare rappresentata da quota 61 seggi sui 120 disponibili. Al calo del SDSM e VMRO fa da contro altare l’exploit della storica formazione albanese DUI, la quale ha ottenuto 5 seggi in più rispetto al passato, per un totale di 15 membri parlamentari.
Tenendo in considerazione i risultati elettorali, la formazione del nuovo governo dovrà implicare un nuovo accordo tra la coalizione socialdemocratica ed il movimento albanese del DUI. Nonostante nella scorsa legislatura il premier Zaev abbia trovato una convergenza con il gruppo politico albanese, le negoziazioni attuali risultano più complicate. Di fatti, il leader del DUI Ali Ahmeti, ha più volte dichiarato nelle scorse settimane come una coalizione si possa formare solamente a condizione che il nuovo premier sia un albanese. Inoltre, considerando i nuovi rapporti di forza all’interno del parlamento, la coalizione socialdemocratica dovrà anche cercare l’intesa con un altro partito di minoranza albanese, Alleanza-Alternativa (AA) di Ziadin Sela, che ha raccolto l’8,5% dei voti e 12 seggi.
In questo scenario politico poco stabile, nel quale la coalizione maggioritaria dovrà concedere notevoli aperture alle minoranze albanese al fine di creare un solido governo, un segnale importante è stato inviato da Bruxelles. Come dichiarato dalla Commissione Europea il 16 luglio, il giorno dopo le elezioni, l’Unione Europea ha messo a disposizione 80 milioni di euro per assistere economicamente Skopje. Tale supporto, che rientra nel quadro di aiuti europei alle regioni geograficamente “vicine” colpite dalla pandemia, è un chiaro indizio della volontà di Bruxelles di continuare le negoziazioni con la Macedonia del Nord.
Perciò il futuro governo macedone (probabilmente di stampo socialdemocratico), dovrà essere capace di guidare il paese nel periodo decisivo verso l'integrazione nella NATO e l’avvicinamento all’UE, tenendo conto del precario equilibrio presente all’interno propria coalizione, nella quale dovrà soprattutto confrontarsi con i movimenti della minoranza albanese e le loro peculiari esigenze.

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“L’attentatore di Reading era noto alle autorità”: un cliché che mette in luce le falle del sistema di prevenzione antiterrorismo britannico

8/7/2020

 
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A cura di Camilla Bellini

Il 20 Giugno 2020 l’Inghilterra viene scossa da un nuovo attacco terroristico nella cittadina di Reading a 60km a Est di Londra. “L’attentatore – il 25enne richiedente asilo libico Khairi Saadallah – era già noto alle autorità”. Un mantra, quest’ultimo, ripetuto nelle 12-24 ore successive a molti attacchi terroristici messi a punto su suolo europeo negli ultimi anni. Se è vero il detto popolare “meglio prevenire che curare”, ci si chiede perché anche questa volta l’attentato non sia stato sventato agendo in via prodromica alla sua commissione.
 
Di elementi rilevanti per non distogliere l’attenzione da Saadallah ve ne erano a sufficienza.  Il MI5 (l’ente britannico per la sicurezza e il controspionaggio) lo aveva incluso tra gli aggressori ad alto rischio che avrebbero potuto recarsi all’estero per motivi di estremismo violento, ma l’inchiesta era stata archiviata per mancanza di prove che ne accertassero una minaccia reale o un rischio immediato. Così, è stato scarcerato nel 2019 senza vincoli di sorveglianza, dopo aver scontato una condanna per reati minori di natura violenta ed essere stato dichiarato affetto da Post Traumatic Stress Disorder (patologia tipica di chi proviene da teatri di guerra) e da schizofrenia paranoide (come si evince dalle cicatrici autolesioniste presenti sulle braccia). Un soggetto con personalità borderline, arrivato anche a ostentare la propria conversione al cristianesimo tatuandosi una croce come forma di dissimulazione (taqqiyya) per guadagnarsi la fiducia delle autorità e dei concittadini, fugando il sospetto di legami con la galassia jihadista.  
 
L’attentato di Reading riporta alla mente il caso di Usman Khan condannato nel 2012 per aver progettato di attaccare il London Stock Exchange, il Big Ben, l’abbazia di Westminster e l’ambasciata USA a Londra, colpendo anche bersagli umani tra cui l’allora sindaco Boris Johnson. Khan si era recato nei primi anni del 2000 nelle aree tribali del Kashmir in Pakistan per allestire un campo di addestramento dove reclutare nuove leve con cui rientrare in Gran Bretagna e colpire gli obiettivi suddetti. Era stata quindi emessa una condanna di pericolosità sociale dovuta alla progettualità a lungo termine del suo disegno terroristico poi attuato il 29 Novembre 2019 quando, in libertà condizionale dopo aver scontato sei anni per reati di terrorismo, ha accoltellato due persone e ne ha ferite altre durante un evento a Fishmongers’ Hall prima di essere neutralizzato dagli agenti di polizia sul London Bridge.
 
Entrambi gli attentati fanno riflettere sulla rapida evoluzione della minaccia terroristica, connotata da imprevedibilità e dinamicità che ne permettono il costante adattamento camaleontico al mutare delle circostanze, a cui però non è corrisposto un altrettanto celere adeguamento dei sistemi legislativi e investigativi occidentali.
Il caso di Saadallah ha fatto luce sulle scarse risorse economico-finanziarie a disposizione dei servizi di intelligence britannici che, in mancanza di prove di colpevolezza o pericolosità, non possono solo inserire i sospetti terroristi in una watch list di monitoraggio periodico. Delle 27-30.000 persone inserite nel sistema di sicurezza antiterrorismo inglese, 3000 sono attivamente monitorate in quanto considerate ad alto rischio di commissione di reati terroristici, con il Joint Terrorism Analysis Centre in prima linea per coordinare, analizzare e inoltrare informazioni sensibili al MI5 e/o alla polizia. Un’attività di controllo, quest’ultima, inficiata dalle insufficienti risorse a disposizione per il monitoraggio costante e non una tantum dei sospettati, in quanto i budget limitati devono essere destinati a casi di terroristi di cui è stato accertato, oltre ogni ragionevole dubbio, il collegamento con gruppi estremisti.
 
A ciò si aggiunge il problema delle carceri “incubatrici di radicalizzazione”, in cui leader carismatici possono influenzare psiche fragili e dove, chi ha già intrapreso un percorso di radicalizzazione pre-detenzione, può trovare humus fertile per portarlo a termine. Si è quindi avanzata l’ipotesi di separare questi individui nell’ambiente carcerario per ridurne i contatti, ma ancora una volta le risorse esigue a disposizione delle strutture penitenziarie non permettono una procedura così onerosa. Un ulteriore elemento di criticità emerge poi nelle fasi post-rilascio, mancando figure incaricate di accertare che gli ex detenuti non si siano radicalizzati e di seguirli nel percorso di reinserimento sociale con il rischio che, lasciati soli in balia dalle proprie difficili condizioni socio-economiche, tornino a delinquere.
 
A questi aspetti fanno da sfondo i dati dello ‘European Union Terrorism Situation and Trend report 2020’ secondo cui nel 2019 sono stati portati a compimento, sono falliti o sono stati sventati in Europa 119 attacchi, di cui 21 di matrice Jihadista. 1004 sospettati terroristi sono stati arrestati in 19 Paesi UE. Tra questi, in base al Global Terrorism Index 2019 dell’Institute for Economics and Peace, il Regno Unito si classifica al 28esimo posto nel mondo per impatto del terrorismo (con un indice di minaccia pari al 5.405, superiore a quello di Sri Lanka, Iran, Russia e Israele) e primo in Europa, di cui però ormai non è più parte.
 
Boris Johnson all’indomani dell’attacco del 20 Giugno si è detto pronto a inasprire il Counter-Terrorism and Sentencing Bill approvato il 20 maggio scorso alla luce dell’attentato di London Bridge. La legge ha revisionato le Terrorism Prevention and Investigation Measures, permettendo alle corti inglesi di limitare la circolazione di un sospetto terrorista sottoponendolo a coprifuoco, ad arresti domiciliari e a localizzazione elettronica degli spostamenti per un periodo indeterminato, soggetto a revisione, senza più vincolo temporale di due anni. Molti attivisti per la tutela dei diritti umani hanno però additato la novella legislativa come lesiva per la presunzione di innocenza, data la sottoposizione di sospetti rei non ancora condannati a dure restrizioni pur in assenza di prove.
 
L’attuale livello di minaccia in Gran Bretagna resta “sostanziale” e, sebbene l’articolo 2 della CEDU riconosca la sacralità del diritto alla vita da proteggere anche in tempi di ordinario terrorismo, gli attacchi che continuano a colpire l’isola britannica sono chiara dimostrazione del fatto che una normativa antiterrorismo da sola non basti. Essa dovrebbe essere corredata, previa elargizione di adeguate risorse, da programmi ad hoc di deradicalizzazione e di reinserimento sociale, nonché da un lavoro concertato delle agenzie di sicurezza volto a determinare il grado di effettiva pericolosità di potenziali terroristi così da scongiurare l’ennesima prevedibile tragedia.

Bibliografia:

  • “Attentato di Reading, i punti da chiarire sul killer Khairi Saadallah: richiedente asilo libico, uscito dal carcere e sfuggito agli 007”. Il Fatto Quotidiano, 22 giugno 2020. Disponibile all’indirizzo: https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/06/22/attentato-a-reading-i-punti-da-chiarire-sul-killer-khairi-saadallah-richiedente-asilo-libico-uscito-dal-carcere-e-sfuggito-agli-007-inglesi/5843469/
  • Brownsell, James, “Latest UK terrorism legislation criticised by rights groups”. Aljazeera, 21 maggio 2020. Disponibile all’indirizzo: https://www.aljazeera.com/news/2020/05/latest-uk-terrorism-legislation-criticised-rights-groups-200520230447991.html
  • Caremigna, J., “Regno Unito: arriva la nuova legge sul terrorismo”. Luiss Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale, 21 maggio 2020. Disponibile all’indirizzo:  https://sicurezzainternazionale.luiss.it/2020/05/21/regno-unito-arriva-la-nuova-legge-sul-terrorismo/
  • “European Union Terrorism Situation and Trend Report (TE-SAT)”. Europol, 23 giugno 2020. Disponibile all’indirizzo: https://www.europol.europa.eu/activities-services/main-reports/european-union-terrorism-situation-and-trend-report-te-sat-2020
  • Giacalone, G., “Chi è l’attentatore che ha insanguinato Reading”. InsideOver, 22 giugno 2020. Disponibile all’indirizzo: https://it.insideover.com/terrorismo/khairi-saadallah-reading.html
  • “Global Terrorism Index 2019. Measuring the impact of terrorism”. Institute for Economics & Peace, Novembre 2019. Disponibile all’indirizzo: http://visionofhumanity.org/app/uploads/2019/11/GTI-2019-briefingweb.pdf
  • “Libyan suspect in court over UK’s deadly knife attack in Reading”. Aljazeera, 29 giugno 2020. Disponibile all’indirizzo: https://www.aljazeera.com/news/2020/06/libyan-suspect-court-uk-deadly-knife-attack-reading-200629132833660.html
  • “Was known to the authorities is the often limit of counter-terrorism”. The Big Smoke Australia, 22 giugno 2020. Disponibile all’indirizzo: https://www.thebigsmoke.com.au/2020/06/22/was-known-to-the-authorities-is-the-often-limit-of-counter-terrorism/
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