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A cura di Giulia Vicari, tratto dal CSI Review n.1
1. Il diritto ad avere diritti Gli ultimi anni si sono caratterizzati per una forte attenzione mediatica nei confronti dei migranti. Il tema dell’immigrazione viene spesso strumentalizzato dalla politica che ne ha sempre ampliato la portata. Secondo il Dossier Statistico dell’Immigrazione, nel 2018 sono giunti in Italia 23.370 migranti, l'80% in meno rispetto al 2017. Tuttavia, nonostante la continua ossessione nei confronti degli immigrati, con l’improvviso irrompere del COVID-19, il quadro migratorio nazionale ed internazionale sembra aver perso centralità. La pandemia ha assunto nel dibattito globale un ruolo primario, diventando di indubbia e fondamentale importanza. I migranti però, esistono ancora e le pressioni alle frontiere esterne dell’Unione non sono mai scomparse. È in questo difficile contesto, che stanno emergono tutte le fragilità del sistema comune d’asilo e del sistema integrato di gestione delle frontiere. Le richieste di aiuto di alcuni Stati membri non hanno trovato risposta e i primi Paesi di arrivo in Europa (Spagna, Italia e Grecia) sono stati isolati. Inoltre, diversi Stati membri, col pretesto di dover gestire l’emergenza coronavirus, hanno adottato politiche migratorie restrittive con l’intento di scoraggiare le partenze. Ma gli arrivi sono realmente diminuiti? Prima di affrontare un’analisi delle migrazioni in questo tragico periodo, è opportuno procedere ad alcune doverose precisazioni. La dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 riconosce e garantisce diritti umani universali, propri di ogni individuo. L’essere cittadino di uno Stato piuttosto che di un altro rivela però, discriminanti non indifferenti. In tema di immigrazione, la disposizione di cui al terzo comma dell’art. 10 Cost. dispone che «lo straniero al quale sia impedito l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge». Mentre la Convezione di Ginevra del 1951 sullo status dei rifugiati non impone l’obbligo di ammettere nel proprio territorio i richiedenti asilo, l’art. 10 è stato redatto con l’intento di proteggere chiunque non goda nel proprio Paese delle libertà garantite dalla nostra Costituzione. L’art. 10 comma 3 costituisce - secondo dottrina e giurisprudenza - un diritto soggettivo perfetto all’ingresso e al soggiorno nel territorio italiano, almeno al fine della presentazione della domanda di asilo. Tale diritto è riconosciuto allo straniero e all’apolide, ai quali sia effettivamente impedito nel loro Paese l’esercizio anche di una sola delle libertà garantite dalla Costituzione italiana, e immediatamente azionabile anche in mancanza delle leggi ordinarie che fissino alcune condizioni per il suo esercizio (Cass. civ. Sez. Un. 12 dicembre 1996, n. 4674/97). Sulle norme che regolano il sistema giuridico comunitario, è opportuno specificare che, in Italia - essendo uno Stato membro dell’UE - le fonti del diritto comunitario devono considerarsi applicabili in tutto il territorio e, addirittura, prevalenti sulle fonti di diritto interno. Di conseguenza, qualora una norma italiana contrasti con una norma comunitaria che disciplina la stessa materia, un’eventuale controversia dovrebbe essere decisa disapplicando la norma italiana e applicando quella comunitaria. Il rapporto tra l’ordinamento italiano, quello dell’Unione e quello Internazionale, trova riscontro nella nostra Costituzione all’art. 117, comma 1, introdotto dalla L.cost. 3/2001, secondo cui “la potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali.” Tale disposizione chiarisce il rispetto degli obblighi internazionali ed europei, da parte di Stato e Regioni. Qualora quindi una norma violi il diritto dell’UE o il diritto internazionale, questa costituirebbe una violazione dell’art. 117, comma 1, Cost. Ed ancora, l’adattamento al diritto internazionale consuetudinario è disposto dall’art. 10, comma 1, Cost., secondo cui “l’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme di diritto internazionale generalmente riconosciute”. Tale disposizione opera un rinvio formale all’ordinamento internazionale con la conseguenza che, ogni variazione normativa che si produce nell’ordinamento internazionale, si produce anche nell’ordinamento interno. Cosa significa “norme del diritto internazionale generalmente riconosciute”? Si fa riferimento alla consuetudine e cioè, secondo l’art. 38 lett. b dello Statuto della Corte Internazionale di Giustizia, ad una “pratica generalmente accettata quale diritto”. La consuetudine è l’unica fonte del diritto internazionale generale valida erga omnes, cioè nei confronti di tutti gli Stati, indipendentemente dall'aver partecipato alla sua formazione. Per consuetudine deve intendersi un comportamento costante, uniforme e ripetuto nel tempo, gli Stati devono essere convinti dell’obbligatorietà della norma e della sua inderogabilità. Una norma del diritto internazionale consuetudinario è applicabile quindi a tutti gli Stati, a prescindere dal fatto di aver sottoscritto un Trattato. L’obiettivo è far si che il diritto interno si adegui automaticamente all’ordinamento internazionale. Ne consegue che, se un atto legislativo risulti incompatibile con il diritto internazionale consuetudinario, l’atto deve considerarsi viziato da illegittimità costituzionale per violazione dell’art. 10, comma 1, Cost. Occorre tuttavia chiedersi: l’adattamento al diritto internazionale è sempre operante? Secondo la Corte Costituzione, nella sentenza n. 48/1979, cd. Caso Russel, aveva distinto tra norme consuetudinarie anteriori e posteriori all’entrata in vigore della Costituzione: le prime sarebbero recepite nel nostro ordinamento senza alcun limite, le seconde invece, non potrebbero essere recepite qualora contrastino con i principi fondamentali della Costituzione. Ed invero, secondo la Corte Costituzionale, l’art. 10 “non può in alcun modo consentire la violazione dei principi fondamentali del nostro ordinamento costituzionale.” In altre parole, una norma consuetudinaria in contrasto con i principi fondamentali dell’uomo garantiti dalla nostra Costituzione, non dovrebbe essere recepita dal nostro ordinamento. Ne consegue che, grazie all’art. 10 Cost., vi è equilibrio tra ordinamento interno ed internazionale. I trattati internazionali invece, nascono dall’incontro della volontà di due o più soggetti dell’ordinamento internazionale. L’inviolabilità e l’osservanza delle norme pattizie è garantita dalla norma consuetudinaria pacta sunt servanda. Le norme pattizie, a differenza di quelle generali di origine consuetudinaria, non sono valide erga omnes, ma solo per i soggetti che partecipano alla loro formazione. In tema di immigrazione, l’Italia e la maggior parte dei Stati europei, hanno ratificato diversi trattati internazionali a tutela dei diritti dei migranti, solo per citarne alcuni: la Convezione di Montego Bey sul diritto del mare; la Convenzione di Amburgo sulla ricerca e il salvataggio marittimo; la Convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare; la Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati. Tali trattati sono vigenti nell’ordinamento italiano ed europeo e pertanto, gli obblighi in essi contenuti sono vincolanti per tutti gli Stati firmatari. 2. Le migrazioni ai tempi del Covid-19: la situazione in Europa Nel contesto attuale il COVID-19 rappresenta a tutti gli effetti una grande sfida per i diritti umani. Sono soprattutto le classi sociali più vulnerabili, quali migranti e precari, a dover fare i conti con questa nuova realtà. Negli Stati in cui ancor prima della pandemia venivano sistematicamente violati i diritti umani fondamentali, il COVID-19 viene adesso strumentalizzato per rafforzare ancor di più tale repressione. L’Unione Europea si basa sul principio di solidarietà tra gli Stati membri (art. 80 TFUE), nonché su una politica comune in materia di asilo, immigrazione e controllo alle frontiere esterne (art. 67 TFUE). Vengono disciplinati i visti e i titoli di soggiorno, i controlli a cui sono sottoposti i soggetti che attraversano le frontiere esterne, le condizioni alle quali i cittadini dei Paesi terzi possono circolare liberamente nell’Unione per un breve periodo, l’istituzione di un sistema integrato di gestione delle frontiere esterne ecc. (art. 77 TFUE). L’UE può concludere con Paesi terzi, anche accordi di riammissione - nei Paesi di origine o di provenienza - di cittadini extracomunitari che non soddisfano le condizioni per l’ingresso, la presenza o il soggiorno nel territorio di uno degli Stati membri. Tuttavia, sebbene lo spazio comune europeo si basi sulla solidarietà ed equa ripartizione di responsabilità tra gli Stati membri, oggi più che mai sembra essere emersa un’Europa che non è più patria dei diritti umani e che rifiuta il suo ruolo. Chi arriva in Italia, Malta, Grecia, Spagna arriva in Europa, e deve essere l’Europa intera a condividere il peso dell’immigrazione, con una distribuzione equa dei migranti, garantendo libertà e diritti fondamentali. Occorre specificare, che la disciplina per l’esame delle domande dirette ad ottenere la protezione internazionale, sono dettate dall’Unione e sono attualmente contenute nel cosiddetto sistema Dublino, il Regolamento 604/13. Quest’ultimo prevede il “primo ingresso” come criterio per determinare lo Stato competente ad esaminate la domanda di protezione internazionale: il Paese che deve prendere in carico la richiesta di protezione internazionale, deve essere il primo in cui il migrante è arrivato. Il rifugiato può presentare domanda di protezione soltanto in un Paese dell’UE. La ratio è far sì che gli Stati rafforzino il proprio ruolo nel controllo delle frontiere, effettuando verifiche sull’immigrazione irregolare nello spazio europeo. Tale sistema però, si è rivelato fortemente inadeguato. A causa “della regola del primo ingresso”, maggiori obblighi e responsabilità gravano su pochi Paesi europei (Italia, Spagna,Grecia). Orbene, sulla base del principio di solidarietà di cui gode l’Europa, nel 2015, il Consiglio dell’Unione Europea aveva proposto di “aiutare” l’Italia e la Grecia attraverso la ricollocazione in Europa, in due anni, di 120.000 persone in evidente bisogno di protezione internazionale. Tale decisione però, è stata impugnata dalla Slovacchia, dall’Ungheria, con successivo sostegno della Polonia, davanti la Corte di Giustizia. La Corte ha respinto i ricorsi, ma nonostante il rigetto, i Paesi del blocco di Visegrád (Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca) non hanno accettato la redistribuzione dei richiedenti asilo. Ad oggi quindi, la ricollocazione avviene solo su base volontaria e solamente col consenso di uno Stato membro di accogliere una parte di migranti entrata irregolarmente sul territorio di un altro Stato membro. Di fronte a tale palese carenza di solidarietà tra gli Stati europei, si sono sviluppate - anche in questo periodo - politiche dirette a reprimere i flussi migratori, in nome dell’emergenza sanitaria. Gravissima la situazione in Grecia dove, dopo l’apertura delle frontiere da parte del Presidente turco Erdoğan, migliaia di profughi afgani e siriani, hanno attraversato il confine greco-turco. Il campo profughi di Moria, nell’isola greca di Lesbo, è arrivato a contenere più di 20mila persone, progettato per accoglierne 3mila. Le autorità greche hanno fermato i profughi in arrivo con gas lacrimogeni, idranti e manganelli, diverse sono le testimonianze e i video sul web, di profughi respinti con violenza da parte della guarda costiera greca. Inoltre in questa tragica emergenza, il governo greco ha sospeso - per tutto il mese di marzo, la registrazione delle domande di asilo. In Ungheria invece, col pretesto dell’emergenza coronavirus, il Parlamento ungherese ha concesso una serie di prerogative al primo ministro Orbán, autorizzando l’Esecutivo a governare senza alcuna supervisione. Il primo marzo 2020, Orbán ha sospeso l’ammissione di migranti illegali a tempo indeterminato. Interessante, in questo difficile contesto, è stata una recente sentenza della Corte di Giustizia UE in riferimento al caso di quattro cittadini afghani e iraniani giunti in Ungheria attraverso la Serbia, che si sono visti respingere la loro richiesta di protezione internazionale. I quattro cittadini, non ottenendo protezione in Ungheria, chiedevano un ritorno in Serbia, ma anche quest’ultima si rifiutava di accogliere i migranti. I richiedenti asilo quindi, venivano trattenuti presso il confine serbo-ungherese. La Corte di Giustizia europea ha pertanto dichiarato che «la collocazione di richiedenti asilo o cittadini di paesi terzi per cui è stato disposto il rimpatrio nella zona di transito di Röszke al confine serbo-ungherese, deve essere classificata come “detenzione”». In particolare, secondo quanto stabilito dalle leggi europee, i cittadini di Paesi terzi non possono essere trattenuti senza un valido motivo e vanno liberati. In Italia, sono stata adottate diverse misure per limitare il diffondersi del contagio: oltre alla quarantena obbligatoria per chi arriva in Italia, la validità di tutti i permessi di soggiorno e dei documenti di riconoscimento è stata prorogata fino al 31 agosto 2020. Inoltre, con un decreto dei ministeri Infrastrutture e Affari Esteri, di concerto con i dicasteri Sanità e Interno, è stato stabilito che i porti italiani non hanno più il requisito di place of safety (“luogo sicuro”) rifacendosi a quanto previsto dalla Convenzione di Amburgo, per i casi di soccorso effettuati da unità navali battenti bandiera straniera al di fuori dell'area SAR italiana. In altre parole, i porti italiani rimangono chiusi per le navi straniere che hanno soccorso i migranti vicino le coste libiche o maltesi, mentre rimangono aperti per le navi italiane che soccorrono i migranti in acque italiane. Il decreto, composto da due articoli, stabilisce che per l'intero periodo di durata dell'emergenza sanitaria nazionale derivante dalla diffusione del virus, (la cui scadenza ad oggi è fissata per il 31 luglio) i porti italiani non assicurano i requisiti necessari per la classificazione e definizione di Place of Safety. In assenza di tale condizione il Ministero dell'Interno non può consentire gli sbarchi. Inoltre, sono stati sospesi, i salvataggi in mare tramite le navi umanitarie delle ONG. Gli sbarchi sono quindi diminuiti? Secondo il cruscotto statistico del Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione del Ministero dell’Interno, i migranti giunti via mare dal 1° gennaio 2020 al 15 maggio 2020 sono 4.337, contro i 1.129 del 2019 nello stesso periodo. Tali importanti stime smentiscono il cd. teorema del “pull factor”, secondo cui le ONG in mare, sarebbero “fattori di spinta” per le partenze dei migranti. In particolare, secondo la tesi del pull factor, la presenza di navi nel Mediterraneo costituirebbero una “garanzia” per i migranti circa la possibilità di essere soccorsi durante le traversate, e dunque maggiormente indotti a partire. Tutto ciò premesso, il decreto interministeriale sulla chiusura dei porti italiani può considerarsi legittimo? Come già specificato, le Convenzioni internazionali e i Regolamenti europei, costituiscono un limite alla potestà legislativa di uno Stato. Di conseguenza se uno Stato ratifica un trattato internazionale, questo non può essere derogato da scelte discrezionali dell’autorità politica. Più nello specifico, intorno allo stato di emergenza sanitaria cui ci troviamo, il diritto alla salute di cui all’art. 32 Cost., deve essere garantito ad ogni individuo, anche al naufrago, che deve avere diritto ad un porto sicuro. L’obbligo di salvare vite umane in mare rappresenta un principio cardine del diritto internazionale. L’art. 98, par. 1, UNCLOS impone ad ogni Stato di esigere che i comandanti delle navi che battono la loro bandiera osservino una pluralità di prescrizioni, tra cui - ad esempio - prestare assistenza a chiunque si trovi in pericolo in mare o di recarsi il più velocemente possibile in soccorso delle persone che gli siano state segnalate in stato di difficoltà. Il dovere di salvare vite umane in mare è oggi espressione non solo del diritto internazionale pattizio, ma anche norma del diritto internazionale consuetudinario che, come già specificato, si applica a tutti gli Stati, indipendentemente dal fatto che abbiano sottoscritto un Trattato. Anche l’UNHCR con un comunicato del 13 maggio, ha invitato tutti gli Stati a sospendere i rimpatri forzati al fine di proteggere la salute dei migranti. Nel testo si fa riferimento al cd. principio di non-refoulement:“keeping everyone safe means ensuring that no-one faces the risk of refoulement by being returned to places where their life, safety or human rights are threatened. It means that collective expulsions, such as arbitrary pushbacks of migrants and asylum-seekers at borders, must be halted; that protection needs must be individually assessed; and that the rule of law and due process must be observed. It also means prioritizing protection, including every child’s best interests. These are obligations in international law that can never be put on hold and are vital to any successful approach to combatting COVID-19 for the benefit of all. Forced returns can intensify serious public health risks for everyone – migrants, public officials, health workers, social workers and both host and origin communities.” Il principio di non-refoulement è disposto dall’art. 33 della Convezione di Ginevra e stabilisce che “nessuno Stato contraente espellerà o respingerà, in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche”. In altre parole, nessun migrante può essere riportato in territori in cui la la propria vita o incolumità possano essere minacciate. Dovremmo a questo punto chiederci: in questa tragica pandemia dove l’Italia è stata uno dei Paesi più colpiti da coronavirus, avrebbe dovuto occuparsi di nuovo, da sola, dei migranti? Sicuramente l’attuale pandemia ha rappresentato e rappresenta un fattore di rischio per la salute dei migranti che arrivano in Europa. Non solo, mantenere il distanziamento sociale o le giuste condizioni igieniche in ambienti sovraffollati dove spesso vengono ospitati i migranti, potrebbe condurre ad esiti negativi, ripercuotendosi sulla salute di tutti. È necessario dunque, che tutti gli Stati membri dell’UE, aderiscano ai principi fondamentali dell’Unione ed assumendo doveri ed obblighi sanciti dai principali trattati. 3. Prospettive future Come gestire dunque le migrazioni? La chiusura dei porti è davvero la soluzione al fenomeno? In questi anni l’Europa e gli Stati europei hanno finanziato i paesi dell'Africa settentrionale, come la Libia, o i paesi al confine orientale, come la Turchia per ostacolare l’arrivo dei migranti irregolari. Tuttavia, cercare di impedire il fenomeno arricchisce solamente i trafficanti e i Paesi di transito, i quali utilizzeranno i flussi migratori come merce di scambio per estrarre finanziamenti all’UE. Quest’ultima, ha siglato negli ultimi anni diversi accordi con i Paesi dell’Africa e del Medio Oriente. Solo per citarne alcuni, il 18 marzo 2016 l’UE ha firmato con la Turchia un accordo per la gestione dei rifugiati che tentano di raggiungere l’Europa, l’obiettivo è tenere chiusi i confini con la Grecia evitando che i rifugiati della rotta balcanica possano raggiungere l’Europa. La Turchia ottiene in cambio periodici ed ingenti finanziamenti. Il Presidente Erdoğan sa, però, di poter ricattare l’Europa in qualunque momento, aprendo i propri confini. Ed è esattamente ciò che è successo in questi mesi: il Presidente turco ha aperto i confini con la Grecia a seguito del mancato sostegno dell’Ue e della Nato nelle operazioni militari turche ad Idlib, l’unica parte della Siria ancora sotto il controllo dei ribelli, generando dinamiche disastrose in Grecia e al confine greco-turco. L’Italia invece, il 2 febbraio 2020 ha prorogato l’accordo con la Libia, siglato nel 2017 dall’ex Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e dal Primo Ministro del governo di riconciliazione nazionale libico Fayez al-Serraj. L’accorso prevede il blocco delle partenze dalle coste libiche da parte della Guardia costiera libica, in cambio l’Italia finanzia le infrastrutture dell’immigrazione irregolare, forma e addestra il personale libico, fornisce assistenza tecnica alla guardia costiera e alla guardia di frontiera libica. Inoltre, ai sensi degli artt. 1 e 2 del memorandum, la Libia otterrebbe ulteriori finanziamenti per rafforzare la cooperazione allo sviluppo nel proprio territorio. Tuttavia, sebbene le partenze si siano in parte ridotte, la guardia costiera libica è stata più volte accusata di essere complice dei trafficanti libici e dei gestori dei centri di detenzione: secondo alcune testimonianze, gli immigrati - dopo essere “scortati” dai trafficanti per un pezzo di traversata - vengono (casualmente?) intercettanti dalla Guardia costiera libica, la quale riporta i migranti nei centri di detenzione e dove si consumano violenze, torture, stupri, lavori forzati. Il fine è quello di ottenere dai familiari dei prigionieri ulteriori somme per tentare nuove traversate. Finanziare con i soldi pubblici le operazioni di salvataggio della Guardia costiera libica, non fa altro che alimentare il business del traffico di esseri umani. Tali forti contraddizioni, durante la pandemia da COVID-19, sono emerse in tutta la loro tragicità. È evidente che la scarsa solidarietà di gestione del fenomeno, nonché il criterio del Paese di “primo ingresso”, ha generato un evidente corto circuito nel sistema comune di asilo europeo. L’esistenza di barriere alla mobilità internazionale impedisce ai migranti di spostarsi regolarmente e l’Europa dovrebbe trovare il prima possibile una solida soluzione per trasformare i flussi irregolari in flussi regolari e sicuri. Fondamentale sarà, pertanto, adottare un approccio equo, analizzando il fenomeno nel rispetto del diritto internazionale e mettendo da parte facili stereotipi o luoghi comuni sull’immigrazione. L’utilizzo sempre più frequente dei canali umanitari potrebbe consentire un sicuro ingresso dei migranti nell’Unione Europea. Un preciso sistema di cooperazione, potrebbe considerarsi efficace se si finanziassero i Paesi d’origine per consentire un ordinato e legale ingresso dei migranti, sulla base di specifici requisiti che possano fungere da titolo preferenziale per l’ingresso in Europa. L’art. 23 del Testo Unico Immigrazione ad esempio, consente di attivare programmi di lingua italiana nei Paesi di provenienza. Tale piccolo ma indispensabile requisito, potrebbe costituire un titolo di prelazione ai fini dell’ingresso in Italia. Necessari quindi i dialoghi strategici, non solo in Europa ma anche in Africa, o l’Italia e i Paesi di primo ingresso, si ritroveranno vittime dei trafficanti e delle milizie che gestiranno i flussi migratori secondo i loro interessi. Inoltre, con il cambiamento climatico e l’aumento delle temperature, il fenomeno dell’immigrazione non sembra destinato ad arrestarsi. La crisi climatica e il collasso degli ecosistemi spingerà gli immigrati alla ricerca di condizioni meteorologiche più favorevoli nel nord del pianeta. Occorre dunque chiedersi: le risposte basate sulla sovranità statale sono sufficienti a fronteggiare il fenomeno? O è indispensabile una politica europea nonostante la mancanza di solidarietà degli Stati? Un cambiamento concreto non è più soltanto auspicabile ma necessario. La linea franco-tedesca sulle linee di credito contro la pandemia covid-19: il Recovery Fund21/6/2020
a cura di Francesco Rojch Dal giorno in cui il Mattia, il 38 enne di Codogno, è stato accertato come primo caso in Italia legato al Coronavirus, l’opinione pubblica è stata cannibalizzata dall’emergenza sanitaria. Un evento straordinario che ha inizialmente suscitato perplessità anche da parte degli addetti ai lavori. In pochi scommettevano che il virus partito da Wuhan avesse investito il nostro paese, soprattutto in maniere così devastante. Sotto l’aspetto delle strutture sanitarie, anche le regioni maggiormente all’avanguardia come la Lombardia, l’Emilia Romagna e il Veneto sono state messe a dura prova dal virus. Le autorità nazionali sono state costrette a prendere misure draconiane per evitare il contagio, così l’8 marzo il Consiglio dei Ministri vara il primo decreto legge che detta un giro di vite al paese. Il giorno seguente le misure sono estese all’intero territorio nazionale. In particolare il decreto attuativo determina una zona rossa, ovvero una specifica area geografica da cui è vietato uscire ed entrare. La zona geografica in questione è il Nord Italia, il cuore pulsante dell’industria italiana, da molti definita la locomotiva d’Italia. Per i meno attenti questa sembra essere la strada più sensata da percorrere, ma fin da subito si è compreso che le misure avrebbero creato delle conseguenze soprattutto in termini economici. (Il PIL di Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto, sommati arrivano al 40% dell’intero PIL italiano). La situazione italiana, già in tempi pre covid non è delle più rosee. Il paese fa fatica a decollare, e le misure del reddito di cittadinanza e quota cento, non sembrano sortire gli effetti sperati. Ma l’Italia non è sola ad affrontare l’emergenza sanitaria. In poco tempo le autorità di Francia, Germania, Spagna e il resto d’Europa si trovano costrette a mettere in lockdown i rispettivi concittadini. Tutti dovranno fare i conti con le conseguenze che la chiusura comporta. In breve tempo i paesi dell’Europa del Sud chiedono aiuto all’Ue. La richiesta parte da una ripartizione del debito pubblico, esacerbato dal covid, con l’emissione di Eurobond. Una proposta che i paesi del Nord, cosidetti frugali, Germania, Olanda, Danimarca e Austria non prendono in considerazione. Il ministro delle finanze olandese, Wopke Hoekstra, in prima linea. Non passa giorno che qualche accademico, esponente politico o governativo non proponga gli Eurobond. L’idea è quella di consentire agli stati europei di reperire capitali per sostenere maggiori spese. La strada non è facilmente percorribile, poiché le condizioni per attuare tale misura includono difficoltà dal punto di vista politico. L’emissione di titoli di debito sul mercato concerne delle garanzie, rappresentate dalla capacità di convincere eventuali acquirenti che quel capitale è sostenibile e gli interessi vengano ripagati. Le garanzie dei titoli di debito sono definite dal patrimonio pubblico e dalla capacità dello stato di generare flussi di denaro. Questo potrebbe accadere solo se fosse l’Ue a dettare e stabilire direttamente alcune imposte senza che i singoli stati possano interferire. Il modo più semplice sarebbe quello di creare un bilancio europeo, nel quale verrebbero specificate le voci di entrata e di uscita e poi avvallate dai parlamenti nazionali. Ecco il problema politico: la cessione della sovranità, in un periodo storico in cui l’euroscetticismo dilaga, è una via difficilmente percorribile. 27 paesi uniti da una moneta ma privi di un’unione fiscale. Il virus non pare cessare la sua corsa, anzi i contagi aumentano di giorno in giorno e il nostro paese in poche settimane raggiunge il triste primato di più alto numero di morti nel pianeta. Se la via degli Eurobond suscita perplessità sia sul fronte finanziario che su quello politico, un’altra discussione a livello europeo consiste nel far emettere titoli obbligazionari europei da una istituzione comune come il Meccanismo Europeo di Stabilità. Si creano due fronti: favorevoli e contrari. Chi è favorevole propone un MES senza “condizionalità”, ma anche questa sembra una via difficilmente percorribile. Dopo le diverse proposte circolate, si è raggiunto un compromesso sull’asse Parigi-Berlino. Difatti la proposta più concreta per emettere quantità consistenti di debito comune europeo. Il tentativo maggiormente significativo per affrontare la crisi in maniera coesa e unitaria. Lunedì 18 maggio, Angela Merkel e Emmanuel Macron, nel corso di una video conferenza, hanno annunciato un piano per creare un fondo europeo da 500 miliardi di euro e aiutare i paesi a uscire dalla crisi economica causata dalla pandemia Covid-19. Merkel e Macron spiegano che il fondo sarà finanziato con un debito comunitario emesso dall’Unione europea così che il denaro possa essere raccolto con un tasso di interesse molto basso, quasi negativo. La notizia è stata accolta con entusiasmo dall’opinione pubblica anche se non mancano le polemiche: molti definiscono la misura insufficiente, considerato che negli Stati Uniti, un’economia paragonabile a quella dell’Unione europea, gli aiuti economici si quantificano in migliaia di miliardi. Ad ogni modo chi si aspetta liquidità immediata è fuori strada. La questione è delicata, e anche in questo caso il focus si posiziona sul concetto di sovranità: la linea franco-tedesca si predispone per l’80% su un fondo perduto. Questo significa che quel denaro potrà essere speso dai paesi membri, solamente sottostando a determinate regole e controlli da parte dell’Ue. Il recovery fund di Berlino e Parigi è basato “sul chiaro impegno degli Stati membri a seguire politiche economiche solide e un programma di riforme ambiziose”. Il denaro potrà essere speso, ma sotto la vigilanza di Bruxelles. Il primo punto del recovery fund prevede che i 500 miliardi di euro saranno raccolti dall’Ue sui mercati, la quale poi li investirà nei paesi bisognosi secondo un programma economico e industriale. I governi nazionali avranno il compito di indicare dove investire il denaro, ma non avranno la gestione del fondo. "Quella che stiamo attraversando è la crisi peggiore a cui l'Ue sia stata esposta nella sua storia", ha detto Angela Merkel. Pertanto la proposta europea di un recovery fund da 500 miliardi è volta "a far sì che l'Europa esca rafforzata, unita e solidale da questa crisi". "I 500 miliardi di euro sono lì per rispondere alla crisi sanitaria ed economica e andranno a settori non solo tecnologici. È una forte risposta economica che aiuterà a combattere la disoccupazione nelle regioni più vulnerabili", ha dichiarato il presidente francese, Emmanuel Macron. E qui arriviamo al secondo punto del recovery fund: il recupero della «sovranità sanitaria», intesa come lo sviluppo dell’industria Ue nel settore medicale e di un vaccino europeo, oltre a una task force comunitaria. Il terzo è la transizione ecologica continuando sul terreno del green new deal, mentre il quarto punto prevede una riforma delle leggi sulla concorrenza europee. Sulla base di un’Europa più forte e unita, Ursula von der Layen accoglie la linea franco-tedesca: "Accolgo con favore la proposta costruttiva fatta da Francia e Germania. Riconosce la portata e le dimensioni della sfida economica che l'Europa deve affrontare e giustamente pone l'accento sulla necessità di lavorare su una soluzione con il bilancio europeo al centro”. L’asse Berlino-Parigi pare abbia spianato la strada: la Commissione europea stila un piano addirittura superiore, ben 750 miliardi di euro: 500 a fondo perduto e 250 miliardi in prestito. Il fondo viene ripartito tra i Paesi membri che stanno affrontando la crisi economico sanitaria. All’Italia andranno 81,8 miliardi di aiuti e 90,9 come prestiti per un totale di 172,7. I fondi che Bruxelles raccoglierà sui mercati e metterà a disposizione degli stati membri per fronteggiare la crisi economica legata al coronavirus "dovranno essere rimborsati attraverso i futuri bilanci dell'Ue, non prima del 2028 e non dopo il 2058". Non sarà semplice trovare approvazione alle linee proposte da Francia e Germania. Gli oppositori rimangono Austria, Svezia, e Paesi Bassi con la Danimarca che qualche giorno fa ha appoggiato il recovery fund. Molti si aspettavano un effetto helicopter money, questo siamo certi non averrà, piuttosto la domanda da porsi è se il nostro paese è pronto a cogliere finalmente la sfida delle riforme dell’Ue, fare i compiti a casa e crescere all’interno di una comunità europea. Bibliografia
A cura di Federica Racioppi Le Lianghui sono le cosiddette “due sessioni” parallele della Cina, ovvero i due più grandi ed importanti incontri politici che si tengono in Cina ogni anno: la Conferenza politica consultiva del popolo cinese (CPPCC) e l’ Assemblea nazionale del popolo (NPC). Solitamente si tengono a marzo, durano circa due settimane e seguono un rituale prestabilito che prevede l’approvazione delle proposte già discusse nei mesi precedenti dal Partito comunista cinese. La Conferenza politica consultiva del popolo cinese è l’organizzazione incaricata di rappresentare i vari partiti politici della Repubblica Popolare sotto la direzione del Partito Comunista Cinese (Pcc), è composta da circa 2100 delegati: i membri degli 8 partiti democratici cinesi, delle minoranze etniche e di associazioni di categoria, i rappresentanti di Hong Kong, Macao e Taiwan e dei professionisti che si sono contraddistinti per particolari qualità. I membri della CPPCC discutono le bozze delle proposte che passeranno al vaglio del governo e consigliano le misure da adottare per perseguire al meglio gli obiettivi del Paese. L’Assemblea nazionale del popolo cinese, invece, è costituita da 2.957 deputati eletti a suffragio indiretto e rappresenta la più alta istituzione statale della RPC. La NPC è l’unico organo dotato di potere legislativo, può eleggere e rimuovere i principali dirigenti dello stato, approvare le leggi e i piani di sviluppo economico già decisi dalla leadership, decidere l’andamento delle relazioni con gli altri Stati e controllare che la Costituzione venga rispettata ed applicata. Durante la NPC, inoltre, vengono analizzati i risultati ottenuti dal governo durante l’anno precedente e si stabiliscono gli obiettivi da perseguire seguendo sempre le direttive dettate dal Partito comunista cinese. A causa delle restrizioni dovute alla pandemia COVID-19, le “due sessioni” sono iniziate il 22 maggio con circa due mesi di ritardo e sono durate una settimana anziché due. L’incontro è stato presieduto da Li Zhanshu, il Presidente del Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo ed ha visto la partecipazione di un numero molto esiguo di giornalisti. L’avvio dei lavori politici è stato un chiaro messaggio per il mondo: la Cina non si è fermata e, nonostante la grave crisi scaturita dal Coronavirus, il governo è stato in grado di adottare repentinamente delle misure restrittive in grado di minimizzare l’impatto del virus. Sebbene il Presidente Xi Jinping prosegua con determinazione il cammino verso il raggiungimento del Zhongguo meng (il “sogno cinese”) e dei due obiettivi centenari, gli effetti del COVID-19 però sono lapalissiani. I temi sui quali il governo si è concentrato maggiormente sono stati tre: economia, politica estera e welfare. Per quanto concerne l’economia del Paese, questo anno, per la prima volta dopo i fatti di Tiananmen del 1989, Pechino non ha fissato un target di crescita annuale. La causa principale è da ricollegare all’impatto che il COVID-19 ha avuto sia sull’economia cinese durante il primo trimestre dell’anno sia sull’economia globale in questo momento. Il Premier Li ha giustificato questa scelta affermando che quest’anno è necessario dare priorità alla stabilizzazione dell’impiego e alla tutela degli standard di vita, alla vittoria della battaglia contro la povertà e al conseguimento dell’obiettivo di edificare una società moderatamente prospera in tutti i suoi aspetti entro il 2021. Come dichiarato dal National Bureau of Statistics cinese, il Paese sta subendo oggi la prima flessione economica dalla fine della rivoluzione culturale avvenuta negli anni ’70 e questa non le permetterà di raggiungere, così come era previsto, il raddoppio del PIL del 2010. Inoltre, il tasso di disoccupazione sempre più alto e gli sgomberi di milioni di mingong (i lavoratori migranti) stanno mettendo a dura prova la stabilità del Paese e la legittimità del PCC che si ritrovava a fronteggiare sfide importanti già prima della pandemia a causa dell’accumulazione del debito e della guerra commerciale e tecnologica con gli USA. Un altro fondamentale aspetto dell’appuntamento delle due sessioni del 2020 è stato il disegno di legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong che il governo cinese ha presentato durante l’Assemblea in seguito ad un anno turbolento che ha visto scendere oltre un milione di persone tra le strade dell’ ex colonia britannica per protestare a favore della democrazia e di maggiore autonomia. Con 2878 voti favorevoli, 6 astenuti e 1 contrario, lo scorso 28 maggio l’ Assemblea Nazionale del Popolo ha approvato la risoluzione che autorizza il comitato permanente del NPC a lavorare sulla legge, minando il principio "un paese, due sistemi" che dovrebbe restare in vigore fino al 2047, anno in cui è previsto la riunificazione della Cina e il controllo totale di Pechino sulla provincia autonoma . In virtù di quanto definito dalla risoluzione, saranno “impediti, fermati e puniti tutti gli atti che mettono in pericolo la sicurezza internazionale , quali il separatismo, la sovvenzione del potere dello Stato, il terrorismo (…) o attività di forze straniere che interferiscono negli affari di HK”. In questo contesto si è inserita anche l’approvazione del primo Codice civile cinese che comprende 1.260 articoli e che entrerà ufficialmente in vigore il 1° gennaio 2021. Il nuovo Codice civile, oltre alle disposizioni generali, si compone di sei libri relativi ai diritti reali, i contratti, i diritti della personalità, il matrimonio e la famiglia, le successioni e la responsabilità civile. Sebbene sia semplicemente il risultato di un mix sistematizzato di norme già in vigore e nuove, l’adozione del Codice Civile e di un embrionale “codice per la privacy” del popolo cinese rappresenta una importante novità all’interno della Repubblica Popolare Cinese e un grande successo politico per la leadership del Presidente Xi. Le Lianghui 2020 si sono concluse con il discorso del Premier Li Keqiang che esorta gli USA a cooperare e a concentrare i propri sforzi sull’espansione degli interessi comuni e sulla gestione delle diversità : “Se la Cina e gli USA restano contrapposti verranno danneggiati entrambe le parti, noi abbiamo sempre respinto la mentalità della Guerra Fredda”. Le sue parole hanno un peso importante sia nei confronti della comunità internazionale che all’interno del PCC. Inoltre, il Governo ha immesso dei “pacchetti di stimoli interni” per piccole e medie imprese e ha investito più di 110 miliardi in trasporti e infrastrutture, ha diminuito la percentuale di crescita delle spese militari, ha stanziato oltre 20 miliardi di dollari per elevare il tenore di vita dei cittadini cinesi e ha allentato le regole dell’ hukou. Bibliografia
A cura di Francesco Generoso Nonostante la pandemia da COVID-19 abbia attirato la quasi totale attenzione di istituzioni, media e opinioni pubbliche di tutto il mondo, con governi che hanno deciso misure di contrasto più o meno rigide, altre realtà hanno continuato ad evolversi, ignorando la diffusione della pandemia. Una di queste è il conflitto in Libia, che da anni vede coinvolte diverse fazioni, alimentato dagli interessi di potenze straniere. È passato poco più di un anno da quel 4 aprile 2019, quando il maresciallo Khalifa Haftar e il suo Libyan National Army (LNA) hanno iniziato un lungo assedio della capitale, Tripoli, contrastando quelle milizie che da anni, in modo più o meno continuo, sostengono il Governo di Accordo Nazionale (GNA) guidato da Fayez al-Sarraj, insediatosi dopo gli accordi di Skhirat, Marocco, firmati nel 2015. L'attacco ha assunto, nei mesi passati, caratteristiche molto particolari: l'utilizzo di pochi uomini, affiancati da gruppi mercenari (siriani e sudanesi per le forze tripolitane, sopratutto russi in supporto ad Haftar), e un massiccio uso di droni forniti principalmente da Turchia e Emirati Arabi Uniti. Nonostante l'inizio del 2020 sia stato favorevole alle forze di Haftar, con la presa della fondamentale città costiera di Sirte, nelle ultime settimane il GNA, dopo le ripetute violazioni del “cessate il fuoco” richiesto alla Conferenza di Berlino dello scorso gennaio, ha lanciato una controffensiva denominata “Peace Storm”. L'operazione, condotta con un ampio supporto aereo turco, ha permesso al GNA di riprendere il controllo di alcune città occupate dall'LNA, quali Sorman, Sabratha e altre, fondamentali per la riconquista della costa occidentale e la zona di confine con la Tunisia, nonché di portare avanti l'assedio della fondamentale base aerea di al-Watiya, distante 125 chilometri da Tripoli. La base, dal 2014 sotto il controllo delle forze dell'LNA, con una breve ripresa da parte del GNA nel gennaio 2020, ha un elevato valore strategico, non solo per la sua vicinanza alla capitale, ma anche per la breve distanza dalla città di Zintan, da sempre vicina ad Haftar e avamposto fondamentale per l'LNA nella Tripolitania. Nonostante le controffensive dell'LNA, il 18 maggio le forze governative hanno preso il controllo della base aerea, requisendo nell'operazione un sistema missilistico russo Pantsir S-1/SA-22 Greyhound, nonché dei Dassault Mirage F.1, Sukhoi Su-22 e Mi-24 “Hind-A” dismessi. L'offensiva governativa non si è fermata alla base di al-Watiya: un importante passo in avanti è stato fatto il 3 giugno con la presa dell'Aeroporto di Tripoli, da circa un anno controllato da forze vicine ad Haftar. Se la situazione sul campo al momento sorride ad al-Sarraj, Haftar non è rimasto fermo. Il cambio degli equilibri ha infatti portato il maresciallo della Cirenaica a prendere una importante decisione politica, forse disperata, riscontrando forti dissensi anche all'interno del proprio schieramento: un colpo di stato per destituire il Parlamento di Tobruk (l'autorità politica in contrasto con il governo di Al-Sarraj), rinnegare gli accordi di Skhirat e e autoproclamarsi capo della Libia. Inoltre, nonostante le recenti sconfitte, le forze di Haftar, ben supportate dall'esterno, continuano ad avere il controllo della Libia orientale e meridionale, restando a pochi chilometri di distanza da Tripoli. E' evidente infatti che il destino del conflitto libico è ormai nelle mani delle numerose potenze straniere in gioco: Turchia e Qatar per il governo tripolitano; Russia, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita per Haftar, non contando la politica ambigua della Francia. Le iniziative di pace portate avanti alla Conferenza di Berlino sono state totalmente disattese visto che i due schieramenti hanno continuato a combattere, rendendo ben chiara che una soluzione politica è al momento lontana, preferendo piuttosto quella militare. A nulla è servito inoltre l'inasprimento dell'embargo alle armi delle Nazioni Unite, continuamente violato da tutti i paesi coinvolti: emblematiche le dichiarazioni dell'ex ispettore per le armi delle Nazioni Unite in Libia, Moncef Kartas, il quale ha dichiarato che non vi è “alcun rispetto dell'embargo, assolutamente alcuno”, facendo eco alle parole dette in precedenza dalla vice inviata speciale per la Libia delle Nazioni Unite, Stephanie Williams, che ha descritto l'embargo come una “barzelletta”. Williams che ha preso il posto dell'inviato speciale per la Libia, Ghassan Salamé, dimessosi lo scorso 3 marzo per motivi di salute, anche se molti sospettano che i continui insuccessi dell'azione dell'ONU e il mancato supporto della comunità internazionale al processo di pace siano la causa principale. Una situazione, quella libica, dove pare quindi che nessuno voglia davvero una pace tra i due schieramenti, e salvo le dichiarazioni di facciata e le conferenze, le quali lasciano ampiamente il tempo che trovano, tutti stanno provando a giocare la propria parte per perseguire i propri interessi nazionali. Le sorti della Libia sembrano inoltre legate a doppio filo a quelle della Siria: l'evoluzione dell'altro grande conflitto dell'area mediterranea sta infatti portando numerose risorse impiegate nel paese mediorientale verso le coste nordafricane, con il ridispiegamento di mezzi e uomini a favore dei due schieramenti. I russi, già presenti con un nutrito numero di mercenari, principalmente parte del Wagner Group, stanno trasportando centinaia di ex combattenti fedeli ad al-Assad in Libia, al servizio di Haftar, con una paga di circa 1.000 dollari mensili. Siriani impiegati però anche tra le fila delle forze governative: già da gennaio migliaia di combattenti del Free Syrian Army, in particolare reparti della cosiddetta Sultan Murad Division, sono stati trasportati dalla Turchia in Libia per sostenere il governo di al-Sarraj, con una paga di 2.000 dollari e la promessa di ricevere la cittadinanza turca. Secondo alcuni analisti, il loro numero potrebbe crescere ulteriormente nel corso dei prossimi mesi (Eaton et al., 2020). Ad essere impiegati non sono però solamente i mercenari: la Russia, preoccupata dell'incolumità dei propri uomini sul campo dopo le ultime vittorie del GNA, ha inviato dei jet fighter Mig-29 per fornire supporto aereo ravvicinato ai mercenari e alle forze di Haftar, generando le proteste da parte degli Stati Uniti. L'AFRICOM ha infatti accusato la Russia di alimentare la guerra, supportando Haftar e la fazione della Cirenaica, non riconosciuta quale legittima dalla comunità internazionale. Un interesse rinnovato, quello statunitense, su un'area che dopo l'intervento della NATO nel 2011 contro Gheddafi e sporadiche operazioni aeree contro le milizie islamiste, in particolare il gruppo libico dell'ISIS, negli anni precedenti, non aveva visto una particolare presenza di Washington. La preoccupazione è infatti molto alta dall'altra parte dell'Atlantico, considerando una presenza permanente della Russia in Libia (e il possibile dispiegamento di ulteriori mezzi e armi, compresi missili) come una minaccia per l'Alleanza Atlantica e l'Europa. Alla luce di ciò, sembrano essere corretti i dubbi circa la nuova missione navale dell'Unione europea, Irini, il cui compito principale è attuare l'embargo alle armi. Iniziata ad aprile in sostituzione alla vecchia operazione Sophia, la missione è nata in seguito alla Conferenza di Berlino e alla decisione dei paesi dell'Unione di rinnovare il proprio impegno nel far rispettare l'embargo imposto dalle Nazioni Unite. L'idea è quella di schierare nuovamente assetti navali europei nel Mediterraneo per intercettare i mercantili che trasportano armi e altro materiale illegale in Libia. Tuttavia, un grosso problema è dato dal fatto che gran parte delle consegne avviene via terra e aria, in particolare quelle destinate all'LNA di Haftar (Scazzieri, 2020), come nel caso dei voli organizzati dagli Emirati Arabi Uniti, provenienti non solo dal proprio territorio ma anche dalla base aerea di Assab, in Eritrea. Le dinamiche che caratterizzano il conflitto libico sono molto simili a quelle viste in altri teatri di guerra attuali, come la Siria o lo Yemen: attori stranieri intervengono a sostegno delle diverse fazioni presenti sul territorio per rafforzare la propria posizione e sostenere i propri interessi nazionali. I fallimenti visti in Medio Oriente e nella Penisola Araba non lasciano spazio all'ottimismo, e la Libia, uno stato considerabile come “fallito” dal dopo Gheddafi, non vede pace dal 2011. Le forze in campo sembrano equivalenti, nonostante la forte avanzata di Haftar negli scorsi mesi, ed è quindi chiaro che saranno gli attori esterni e il loro grado di coinvolgimento a determinare le sorti del conflitto libico. Non sembra infatti plausibile il raggiungimento ad una soluzione politica, considerando le difficoltà ad un accordo tra le potenze straniere che soddisfi anche gli attori locali: solamente un game changer, come un eventuale inserimento degli Stati Uniti nel contesto considerato, potrebbe cambiare le carte in tavola e modificare il corso del conflitto. C'è inoltre da considerare la situazione territoriale: nonostante le conquiste portate avanti dai due schieramenti, le volubili alleanze delle varie tribù e milizie possono modificare lo scenario sul campo, determinando una fragilità importante per le due fazioni, che oltre a dover affrontare l'avversario devono riuscire a tenere a bada i dissidi interni. Bibliografia scientifica consigliata
a cura di Massimo Spinelli Alla fine del mese di maggio è diventato virale sui social network un video, originariamente pubblicato dall’account twitter Alarm Phone, che testimonia un gruppo di migranti in mare mentre cercano di sfuggire a una serie di manovre pericolose operate da un’imbarcazione della guardia costiera libica. Il video in questione sarebbe apparso in seguito ad una doppia inchiesta internazionale, condotta da Avvenire in Italia e da The Guardian in Inghilterra. Minacciati a punta di fucile, ai migranti è stato imposto di fare dietro-front e tornare in Libia. A quel punto, gli uomini si sono gettati in mare in segno di protesta e disperazione. Le immagini si riferiscono ad un episodio avvenuto l’undici di aprile, giorno nel quale si è registrata l’entrata del gommone presso le acque territoriali maltesi. Il giorno seguente, si registrò l’arrivo dello stesso gommone carico di migranti nelle acque territoriali italiane, nei pressi di Pozzallo, dove sono poi stati accolti e dove hanno avuto l’opportunità di sbarcare. È subito apparso evidente che il dirottamento del gommone verso l’Italia sia avvenuto ad opera delle autorità maltesi, le quali, davanti alla disperazione dei migranti, hanno rifornito la precaria imbarcazione della quantità di carburante necessaria per raggiungere le acque territoriali italiane. Emerge così un retroscena che va ad alimentare la già intricata e complessa situazione diplomatica all’interno dell’area del Mediterraneo. In questi difficili mesi di pandemia, Malta ha preso la decisione di chiudere i porti per non incorrere in rischi di nuovi focolai di contagi sull’isola, potenzialmente portati da turisti e non residenti. Questa politica di salvaguardia per gli abitanti isolani non sembra però poter proteggere il governo di La Valletta dall’accusa di omissione di soccorso in mare, mossa da diversi attori istituzionali, compresa l’Unione Europea, attraverso la Commissione di Ursula Von der Leyen. Nonostante le numerose richieste di chiarimento sui fatti accaduti, tra le quali spicca quella del Ministro dell’Interno italiano Luciana Lamorgese, il governo maltese sembra non avere intenzione di commentare l’episodio. Le uniche dichiarazioni ufficiali riguardo all’accaduto, sono pervenute proprio mediante il ministro Lamorgese, le cui parole riportano un commento da parte del suo omologo maltese, Byron Camilleri. “La situazione non era esattamente come risultava dal video”, avrebbe dichiarato il ministro dell’interno del governo del giovane premier Robert Abela. Mentre la Farnesina conferma che la guardia costiera italiana non fosse stata avvertita rispetto alla vicenda dell’imbarcazione in arrivo, l’episodio in questione segna certamente un precedente rilevante. Seppur le autorità maltesi avessero già dato prova di comportamenti quantomeno discutibili in tema di soccorso in mare, l’episodio rappresenta un unicum nel suo genere. Prima d’ora infatti, non era mai successo che Malta prendesse questo tipo di iniziative nell’ambito dell’immigrazione e della cosiddetta “diplomazia del Mediterraneo”. Dall’altro lato, l’Italia si è trovata costretta a far fronte ad uno sbarco di 178 migranti senza alcun preavviso, unicamente come risultato di una decisione adottata in maniera unilaterale da parte del governo maltese. Sembrano ormai già lontani e dimenticati i giorni dei richiami alla solidarietà all’unità europea, delle nuove proposte di accordi e degli annunci ottimisti nel campo dell’immigrazione. Paradossalmente fu proprio a Malta che, lo scorso 23 settembre, i ministri dell’interno di Italia, Francia, Germania e Malta si incontrarono a La Valletta per stipulare un nuovo accordo temporaneo di solidarietà per la redistribuzione dei migranti. I roboanti annunci politici di un nuovo storico accordo internazionale però, lasciarono ben presto spazio allo scetticismo degli osservatori e degli analisti, i quali non hanno mai nascosto dubbi e perplessità rispetto all’iniziativa. Il risultato dell’incontro del 23 settembre fu una proposta da allargare a più paesi alleati sullo stesso fronte, da presentare in occasione del Consiglio dell’Unione Europea sugli Affari Interni, in programma il successivo 8 ottobre. La proposta sul tavolo fu vista essenzialmente come un segnale politico e non come un’effettiva proposta sostanziale per alterare i già consolidati equilibri politici all’interno dell’UE. In quella circostanza, gli unici paesi che si dissero favorevoli ad appoggiare l’accordo firmato a Malta, furono l’Irlanda, il Portogallo e il Lussemburgo. Incassata l’ennesima bocciatura ad una nuova riforma dei recenti accordi in essere in materia di immigrazione, l’Italia del secondo governo Conte non vide ricompensata una ambiziosa mossa politica in quanto a visibilità e discontinuità rispetto al precedente esecutivo. Di lì a poco l’accordo di solidarietà di Malta sparì dai radar della politica internazionale. Inoltre, vale la pena di ricordare che le politiche di immigrazione maltesi non sono affatto trasparenti nemmeno sul fronte interno. Esiste uno schema ben delineato per impiegare i migranti disperati in cerca di condizioni di vita migliori. È risaputo infatti che negli ultimi anni si siano moltiplicati i numeri degli “invisibili” impiegati, per la maggior parte, nel settore edile. Questi sono migranti che sono riusciti a sbarcare direttamente sull’isola, oppure dapprima in Italia, per poi partire proprio da Pozzallo. Una volta arrivati a Malta, entrano quindi a far parte di un sistema molto simile al caporalato, il quale permette a imprese di costruzioni senza scrupoli di sfruttare una nuova forza lavoro senza doversi curare dei diritti fondamentali dei lavoratori. Le leggi accomodanti per gli investitori e la fiscalità agevolata per le società completano il quadro. Questo è il doppio volto di Malta che, se da un lato respinge i migranti e li dirotta verso altri stati perché si dice impossibilitata ad ospitarne altri, dall’altro non si azzarda a interrompere un oliato meccanismo che va avanti ormai da tempo. Un circolo vizioso ben consolidato, attivo sin dalla precedente legislatura di Joseph Muscat, già denunciato dalla reporter Daphne Caruana Galizia, assassinata nel 2017 tramite un ordigno impiantato nella sua macchina. Bibliografia
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